« Si les flics me tuent, je veux que vous fassiez des émeutes Brûlez leurs postes et incendiez leurs voitures Sachez que je suis allé.e me battre et que je voudrais que nous tou.tes Puissions juste être en paix et être libres … Nous ne pourrons pas être en paix tant que cet empire ne sera pas tombé. Même alors, la paix demandera des efforts et la liberté sera une lutte constante. Si les flics me tuent, je veux que vous fassiez des émeutes, que vous en tuiez le plus possible. »
journal de Tortuguita, p. 121
Tortuguita a vécu et est mort.e en luttant pour les dépossédés, le monde sauvage et indompté, contre le monde de l’empire, des prisons et de la police. Il/elle était un.e vrai.e guerrier.e, qui a fait de la forêt sa maison, a consacré sa vie à la lutte et était disposé.e à mourir d’une mort de révolutionnaire, plutôt qu’être capturé.e. Nous invitons tou.tes celles/ceux qui ont connu Tort, et tou.tes ceux/celles qui, ailleurs, ont été touché.es par sa vie, à faire de l’anniversaire de sa mort une occasion pour réfléchir sur nos propres engagements et approfondir notre détermination, de façon à revigorer et intensifier notre conflictualité.
Plutôt que de nous retirer dans les limites du confort et de la sécurité, laissons notre souvenir de Tort nous rappeler ce que cela signifie d’agir vraiment en accord avec nos valeurs ainsi que nous mettre au défi d’aller jusqu’au bout. Nous devenons inoffensif.ves seulement quand nous laissons que notre peur de l’ennemi éclipse nos désirs de défendre la terre et de réduire en cendres cet enfer capitaliste. Rappelons-nous que les mécanismes de la soumission et du contrôle sont tout autour de nous. Où que vous soyez, vous n’avez pas besoin de vous aventurer loin pour trouver les veines de l’industrie ; sortez et coupez-les.
Nous ne devons pas nous soucier du point de vue des médias et des représentations qu’ils donnent de nous. Nous n’avons aucun intérêt à chercher l’approbation, la reconnaissance ou la compréhension de la part de ces mêmes médias – des agents de la société que nous voulons détruire – qui appellent Tortuguita par son ancien nom, lui assignent un genre qui n’est pas le sien et blanchissent sans cesse sa vie, comme si elle avait été une vie de non-violence et de passivité. De plus, défigurer nos actions pour les rendre acceptables au grand public revient inévitablement à les émousser au point de les rendre inutiles. Travailler seulement dans les limites de l’existant signifie nous désarmer complètement. En tant qu’anarchistes, nous sommes capables de nous parler dans une langue à nous. Quand nous redécorons des murs, brisons des vitres et allumons des feux, nous nous parlons les un.es aux autres dans des manières que les médias et le grand public n’ont pas besoin de comprendre ; nous devenons magnifiques. Quand nous refusons d’être compréhensibles, quand nous refusons d’être sympas et de faire des requêtes, nous refusons d’être coopté.es, d’être récupéré.es et nous cherchons la vie.
VENGEONS TORTUGUITA – VENGEONS LA FORÊT
[Le texte dans l’image :
18 janvier 2024
Tortuguita a été tué.e par l’État à cette date, l’année dernière.
Passer à l’action, peu importe où et partout sur l’Île de la Tortue [le nom donné au continent nord-américain dans certaines langues autochtones ; NdAtt.] et partout dans le monde.
Commémorer sa vie. Chérir son souvenir. Etre ingouvernables. Vous savez quoi faire.]
Breve aggiornamento su Zac (e testo distribuito in alcune iniziative)
Riceviamo e diffondiamo: una sorveglianza speciale applicata a un compagno in carcere e non ancora condannato è un ulteriore esempio di “uso creativo del Diritto” contro rivoluzionari, ribelli, poveri, marginalizzati. Solidarietà a Zac!
Breve aggiornamento su Zac (e testo distribuito in alcune iniziative)
Il tribunale di sorveglianza di Napoli, su richiesta firmata dal questore di Napoli Maurizio Agricola, ha disposto l’applicazione della sorveglianza speciale per Zac di due anni e sei mesi con le seguenti restrizioni: di non allontanarsi dall’abitazione senza preventivo avviso dell’autorità di sorveglianza, di non uscire prima delle 7 e non rientrare dopo le 20, di non associarsi “abitualmente” a persone condannate o preposte a misura di prevenzione o sicurezza, di non accedere a esercizi pubblici e di pubblico trattenimento, vivere onestamente rispettando le leggi, non detenere né portare armi, darsi alla ricerca di un lavoro, non partecipare a pubbliche riunioni, di portare sempre con sé la carta di permanenza, di presentarsi ogni domenica, o comunque a ogni invito, all’autorità preposta alla sorveglianza. A ciò si aggiunga una cauzione di 3000.00 euro da versare come garanzia, ma frazionabile in cinque comode rate.
È stato fatto ricorso. La misura sarà eseguita non appena Zac uscirà dal carcere, a prescindere dall’esito del processo per 280 bis e 270 quinques, che intanto continua con udienze calendarizzate per ora fino alla fine di febbraio (9 gennaio, 31 gennaio, 12 febbraio e 21 febbraio). Seguiranno aggiornamenti e riflessioni più approfondite.
Per scrivere a Zac:
Marco Marino
C.c. di Terni
Via delle Campore, 32
05100 Terni (TR)
Sorvegliati sempre, vigilati mai
ZAC LIBERO!
Di seguito un testo distribuito in alcune iniziative.
CONTRO LO STATO CHE REPRIME E FA LA GUERRA…
RADICALIZZARSI è NECESSARIO
Solidali con Zac, a tuttx lx prigionierx e oppressx della terra
“Radicalizzazione” nell’uso comune che ne è fatto dallo Stato, dalle scuole e dal diritto è un termine diventato ormai sinonimo di “follia”, “pericolosità”, “cieco fanatismo”, che il mondo dei media o della televisione rappresenta con persone urlanti, inneggianti un dio, in preda a delìri o a persone con lo sguardo vitreo che da dietro le sbarre idolatrano un capo o un’ideologia.
Ma il significato di radicale è tutt’altro, profondo come le radici di un albero avvinghiate ai bassifondi terreni. Radicalizzarci, che significa prima di tutto riuscire a farsi una coscienza più ampia sulle cose, è rimasto il nostro unico spiraglio, in un mondo che ci ha tolto tutto o quasi e di fronte a uno Stato che ormai ha il potere di dire tutto il contrario della realtà, come se nulla fosse.
Ad esempio, proprio mentre è in atto l’estremo apice della barbarie colonialista occidentale, con l’occupazione israeliana della Palestina e il genocidio del popolo palestinese, il ministro Piantedosi ha la faccia tosta di affermare serenamente su tutte le reti televisive che in questo momento è sotto attacco il diritto dello Stato di Israele a esistere e che l’Italia deve difendere questo diritto.
Ancora, in scala più piccola, mentre affama e devasta i territori del sud Italia, criminalizza i ragazzi di 14 anni dei quartieri che non vanno a scuola e fanno lavori illegali per contribuire al mantenimento delle famiglie. E infine, mentre si macchia delle peggiori stragi nel mare, nelle carceri, nelle guerre a cui prende parte, accusa di stragismo gli anarchici.
Repressione della coscienza, repressione su larga scala
Le ultime svolte repressive puntano sempre di più a prevenire la possibilità che ci si possa rendere coscienti delle cause e dei responsabili del proprio malessere; puntano a spaventare con pene esemplari o dissuasive chi, prendendo coscienza, agisce e lotta contro stato e padroni; puntano, infine, a rappresentare come un fanatico chi persevera nella sua ostilità allo stato delle cose.
Così, i contatti tra la popolazione reclusa (fatta perlopiù di proletari e migranti) e l’esterno viene impedita laddove portatrice di sostegno agli atti di ribellione, di pensiero critico e radicale, di informazioni. Infatti, se già prima ogni intervento al megafono, volantino o opuscolo era punito con istigazione a delinquere, ora con il nuovo pacchetto sicurezza vorrebbero introdurre uno specifico reato di rivolta per chi si ribella dentro le mura e il corrispettivo reato di istigazione alla rivolta per chi dall’esterno rivolge scritti ai detenuti. Così, fuori nella società, mentre nelle scuole e università si diffondono e finanziano progetti di “prevenzione alla radicalizzazione” tra gli studenti, tenuti da forze dell’ordine e magistrati manettari, così con il decreto Caivano per i giovani ragazzi dei quartieri e delle periferie, rappresentati come pericolosi nuclei di violenza organizzata in versione adolescente, la soluzione è il carcere o l’isolamento punitivo dentro casa .
Con i decreti in approvazione a fine anno, chi per necessità di un tetto sopra la testa, espulso da orde di turisti statunitensi o nordeuropei che conquistano il centro storico a botte di bnb e ‘rbnb, occupa un appartamento o una casa sarà più duramente punito, salvo che non decida di collaborare al momento dello sgombero, così da spegnere ogni forma di conflittualità e incentivare invece la logica collaborazionista. Per disoccupati e lavoratori che scendono in strada contro lo sfruttamento dei padroni e la mancanza di un salario sono previste pene più alte per i blocchi stradali.
Infine (si fa per dire!) chi continua a difendere le proprie pratiche e pensiero contro lo Stato è per forza terrorista, di cui l’equazione anarchico/radicale=terrorista non rappresenta che l’apice, in un sistema repressivo già molto avanzato per chiunque agisca secondo coscienza.
I soliti anarchici. A chi dovrebbero interessare le vicende di questi terroristi?
Se ci siamo accomodati sull’idea che tanto la repressione antimafia riguarda i “mafiosi” e quella antiterrorismo riguarda anarchici e jihadisti, siamo perduti per due ragioni.
La prima, è che vorrebbe dire che ci stiamo fidando dello stato e dei significati e delle etichette che dà a persone, pensieri e azioni, che la totale delega di noi stessi è compiuta.
La seconda è che se la repressione delle minoranze conflittuali non diventa interesse di tutti, lo Stato avrà sempre più gioco facile nell’estendere repressione a pratiche e realtà anche meno conflittuali, così come a ogni aspetto della vita di ciascuno, dal guadagnarsi il pane illegalmente al difendersi da uno sfratto e così via. E a chi pensa che il calcolo preventivo di come evitare la repressione possa servire a escluderla, forse la risposta è che questo sia utile soltanto all’arretramento delle lotte.
Guardandola più da vicino.
L’equazione anarchici/terroristi ha origini risalenti nel tempo, ma soltanto negli ultimi 3 anni post-pandemici si è arrivati per la prima volta nella storia a condannare degli anarchici per “strage politica” e associazione con finalità di terrorismo, a mettere il primo anarchico al 41bis, ad accusare per la prima volta un compagno di autoaddestramento, reato che fu introdotto dalla normativa contro il cosiddetto terrorismo islamico. Le inchieste antianarchiche si susseguono per ogni azione o parola espressa in solidarietà a prigionierx di tutto il mondo, il giudizio di essere socialmente pericolosx verso la popolazione tutta (nonostante a essere colpite siano personalità e strutture dello Stato con ben precise responsabilità) e la repressione a titolo preventivo, cioè prima che si sia materializzata una qualche azione offensiva, è oramai la normalità. Sulla base del “curriculum” militante, si incasella l’anarchico secondo un profilo più simile al boss mafioso o al kamikaze. Arriverà un punto, dove dire “anarchico” sarà sufficiente nella società ad affermare “pericoloso”, cosa che con la censura in atto alla stampa anarchica già si sta verificando.
Solidali con Zac sotto processo, contro le galere
A marzo di quest’anno arrestano il compagno anarchico Zac, mentre Alfredo era ancora in sciopero della fame contro ergastolo e 41bis. Lo accusano, con i reati di attentato con la finalità di terrorismo e autoaddestramento, di aver lanciato un ordigno fuori al consolato greco nel 2021, che il teorema accusatorio ricollegherebbe alla campagna di solidarietà con Dimitris Koufoundinas, prigioniero all’epoca in sciopero della fame nelle carceri greche. Visto che lo Stato ce ne dà l’occasione con questo processo, ricordiamo che lo sciopero della fame che Koufoundinas stava portando avanti nelle carceri greche era la sua lotta contro una riforma penitenziaria epocale in Grecia, che avrebbe istituito la massima sicurezza per i detenuti politici. E ricordiamo anche che questo avveniva mentre contemporaneamente lo stato greco istituiva la polizia dentro le università per reprimere dai suoi primi afflati, ogni cenno di ribellione, in una situazione di ampio fermento contro le riforme carcerarie ed educative, e nel contesto della repressione sociale e politica scaturita dal lockdown e le altre misure anti-pandemiche. L’anno successivo, la svolta epocale arriva in Italia, quando Alfredo è portato in 41bis, dove ancora oggi, più di un anno e mezzo dopo e pur dopo uno sciopero della fame con cui ha messo a repentaglio la sua vita, si trova rinchiuso. A Zac, viene contestato per la prima volta nella storia della repressione antianarchica il reato di autoaddestramento, all’art. 270-quinquies c.p. che si inserisce nel quadro normativo del decreto Pisanu nel 2005, poi modificato nel 2015, nella cornice della legislazione antiterrorismo cosiddetto islamico, introdotta all’indomani dell’11 settembre e dei successivi attentati di matrice islamica di Londra e Madrid. Questo reato doveva essere utile a colpire quelli che sono stati definiti semplicisticamente e opportunisticamente “lupi solitari”, chi si radicalizza da solo, ad avere insomma nuovi strumenti per colpire ogni “terrorista” senza ricorrere all’impianto associativo. Fino a questo momento, questa accusa è stata utilizzata solo nei confronti dei cosiddetti terroristi islamici, persone finite in cella per il solo fatto di aver scritto un post su facebook. Nei decreti sicurezza di prossima introduzione, si prevede l’inserimento del reato di “detenzione di materiale con finalità di terrorismo”: in parole povere, uno stesso materiale letto da una persona qualunque e letto da un anarchico, diventa reato nel secondo caso. Riuscirà willy il coyote (proprio il cartone animato) guardato da un anarchico, a sfuggire alla finalità di terrorismo?
Queste considerazioni non fanno che rafforzare quello già visto fino a qui con tutte le ultime operazioni, cioè che la principale ragione per processare e rinchiudere questo compagno è il fatto che sia anarchico; è la solidarietà ai detenuti che protestavano nelle galere nel 2020, mentre lo stato li massacrava compiendo una strage di 14 persone, e ad Alfredo, mentre portava avanti uno sciopero della fame durato oltre 6 mesi contro il 41bis. Se lo accusano di solidarietà con i prigionieri in lotta e contro i potenti del mondo, non possiamo che trovarci ancor di più al suo fianco.
Chaque année, alors que le réveillon du nouvel an bat son plein et agite les chaumières, des compagnons démontrent leur solidarité avec toutes les personnes enfermées isolées et exclues de ces festivités par des feux d’artifice devant des lieux d’enfermement : CRA, centres pénitentiaires.
Il s’agit d’étoiler le ciel devant ces prisons pour exprimer aux enfermés qu’on ne les oublie pas pendant ces moments de « fête ». Quoi qu’en pensent les institutions répressives il nous apparaît important de témoigner notre solidarité, et nous continuerons quoi qu’il en coûte.
Cette année, les médias se sont saisis de l’arrestation de 12 compagnons suite à une tentative échouée de feux d’artifice devant le CRA de Vincennes. Certainement en accord avec la police, les médias évoquent des projets tous plus sensationnels les uns que les autres : « attaque mortelle » déjouée au CRA » (Cnews), « d’attaque et d’évasion au CRA de Vincennes ». (Valeur actuelle), « d’attaque sur le CRA » (Europe 1).
Une personne sur les 12 arrêtées serait « fichée S » ce qui semble servir de fondement à ces toutes ces allégations. Comme d’habitude la presse s’emballe pour construire des profils « d’individus dangereux », « terroristes », « d’ultragauche » pour alimenter la machine judiciaire et légitimer la répression qu’ils vont faire subir aux compagnons.
Ces arrestations et cette tentative médiatique de monter en épingle cette simple et habituelle action de solidarité s’intègre à l’ambiance actuelle qui vise à huiler la machine à expulser et criminaliser les actions de solidarité dans un contexte d’évasion de quelques enfermés du CRA de Vincennes.
Solidarités avec nos camarades arrêtés, et avec TOUS les ENFERMES des CRA, établissements pénitentiaires pour majeurs et mineurs, etc. Force à eux !
Prendiamo pubblicamente la parola in occasione dell’inizio del processo contro Gaia, Gino, Luigi e Paolo anzitutto per esprimere loro la nostra completa vicinanza. Siamo certi che questi mesi agli arresti domiciliari – con l’isolamento imposto dalle restrizioni, quindi l’interdizione di ogni tipo di contatto con gli affetti più cari – non li hanno piegati. In questo periodo nel quale siamo stati distanti, non è venuto meno l’affetto che proviamo per loro.
Prendiamo quindi la parola perché vogliamo ribadire la nostra ferma opposizione al tentativo di suddivisione del procedimento cosiddetto Scripta Scelera che ci vede coinvolti in dieci indagati, tutti accusati degli artt. 270 bis, 414, 270 bis 1 c. p. (e in quattro anche per l’art. 278 c. p.) in riferimento alla redazione, pubblicazione e distribuzione del quindicinale anarchico internazionalista “Bezmotivny”. Questo procedimento è stato contraddistinto da due richieste di arresto in carcere per i dieci indagati da parte del pubblico ministero della procura di Genova. A seguito della seconda di queste richieste, risalente a marzo 2023, il GIP ha ordinato, ad agosto, nove misure cautelari, fra le quali figurano gli arresti domiciliari restrittivi per i quattro compagni che oggi vengono processati per gli artt. 414, 270 bis 1 e 278 c. p., l’obbligo di dimora nel comune di residenza con rientro notturno per altri cinque, mentre un compagno è rimasto indagato a piede libero.
Data la natura unitaria dell’inchiesta in tutte le fasi che fin qui si sono succedute, la decisione di “spezzettare” il procedimento in più tronconi è un imbarazzante tentativo politico di frantumare e fiaccare la solidarietà, di diluire la mobilitazione in difesa della stampa anarchica e la stessa iniziativa degli imputati al processo. Tentativo di giungere, per così dire alla chetichella, a una qualche condanna che possa fungere da ulteriore precedente da utilizzare in futuro contro la pubblicistica anarchica e rivoluzionaria, assolvendo inoltre a una funzione di monito nei confronti della residua stampa “dissenziente”. In gioco c’è l’agibilità delle nostre pubblicazioni. Quelli contestati in questa sede sono capi d’accusa che la vostra stessa giustizia formalmente definisce “reati d’opinione”. Pertanto il processo che si apre oggi è un processo oggettivamente politico, in quanto si discuterà della facoltà degli anarchici di avere delle pubblicazioni, soprattutto l’agibilità o meno di scrivere quello che vogliamo noi e non quello che ci concedono le cariatidi della censura.
Vi è di più. La decisione di operare uno “stralcio” parziale in vista del processo, ovvero di escluderci da esso in un primo momento – pur senza archiviare la nostra posizione e anzi nel perdurare delle misure cautelari che ci coinvolgono –, è uno scandalo anche secondo i principi della vostra giustizia. Alcune delle tematiche che verranno discusse nel tribunale di Massa a partire da oggi, hanno un contenuto sia astratto che concreto che ci riguarda e che pregiudicherà la nostra posizione in futuro. Quando gli esponenti della polizia politica, che hanno studiato con tanta solerzia i vari numeri del giornale, sfileranno in aula e discetteranno sulla natura di “Bezmotivny”, non ci saranno i nostri avvocati a controinterrogarli, né ci saremo noi a poter fare eventuali dichiarazioni. Lo stesso accadrà quando si discuterà di un articolo che si presume redatto a più mani anche dai sottoscritti. Per non parlare del deposito delle intercettazioni e della loro trascrizione. La stessa GIP che si è prestata a questo pasticcio, accogliendo la richiesta di giudizio immediato da parte del pubblico ministero solo per quattro indagati, si è persino rifiutata di concederci la possibilità di assistere al processo (eccetto, naturalmente, nel caso del compagno rimasto a piede libero, per il quale tale aspetto non si pone).
Al di là dei riti tecnici, che lasciano il tempo che trovano, la sostanza è evidente a chiunque: se verrà emessa una eventuale sentenza contenente dei giudizi sul giornale a noi sfavorevoli e delle affermazioni su singoli scritti che dovessero essere giudicati “istigatori”, difficilmente un giudizio futuro potrà ribaltarla. Vuoi per pavido rispetto nei confronti di decisioni già prese da un collega, vuoi perché il tribunale di Massa è abbastanza piccolo da correre la possibilità di essere processati dallo stesso giudice, il quale a meno che non sia affetto da schizofrenia non cambierà sicuramente il proprio convincimento.
L’unico spazio che rimarrà a una eventuale difesa tecnica, sarà quello della dimostrazione della propria estraneità al giornale e ai suoi scritti, avviandoci cioè sulla strada della desolidarizzazione. Se prendiamo la parola oggi è soprattutto per rendere chiaro che questa china non la imboccheremo mai. Che sia ben chiaro che opportunisti, intriganti e saltimbanco non stanno da questo lato della barricata.
Del resto, crediamo fermamente che nessuna fiducia può essere riposta nei tribunali e nei loro servitori, che se sono a garanzia di qualcosa lo sono unicamente del principio di autorità e dell’oppressione di classe. Eppure assistere a tali acrobazie procedurali pur di colpire un giornale anarchico ci fa davvero pensare di essere di fronte alla catabasi del pensiero liberale. Poco male, abbiamo sempre apprezzato la franchezza.
Saremo altrettanto franchi. Non basteranno le perquisizioni, gli arresti, le denunce, i processi, né saranno sufficienti le più olimpioniche delle acrobazie procedurali, ad ammutolire gli anarchici. Non abbiamo alcun timore nell’affermare che siamo nemici dello Stato e del capitale. Di fronte a una società capitalista che non può che lasciare solo macerie, dove la possibilità di una guerra mondiale è sempre più incombente, una società che ha trasformato il nostro pianeta in una pattumiera, di fronte a tutto questo, le minacce della repressione sono davvero ben poca cosa. Semmai è lo Stato che teme gli anarchici, perché gli anarchici rappresentano una voce instancabile della necessità di farla finita con tutto ciò.
Una delle grandi ricchezze dell’anarchismo risiede nella tenacia, nel costante e illimitato slancio progettuale che scaturisce da un profondo desiderio di libertà. Il nostro perseverare nell’agitazione e nella propaganda anarchica è e sarà sempre un contributo alla lotta e un’espressione di questa tenacia.
Solidarietà e complicità con Gaia, Gino, Luigi e Paolo!
8 gennaio 2024
Luca Aloisi, Michele Fabiani, Francesco Rota, Veronica Zegarelli
Dans la nuit du 2 au 3 janvier, nous avons attaqué le Service des routes et de la circulation du Land de Basse-Saxe, à Hanovre. Nous avons détruit la façade en verre de l’entrée est, ainsi qu’environs dix autres fenêtres du côté est du bâtiment. Pour qu’il n’y ait aucun doute sur nos intentions, sur la façade il y a maintenant écrit « Contre la capitalisme automobile » et « Leinemasch* résiste ! ».
Le Service des routes et de la circulation du Land de Basse-Saxe (situé sur la Göttinger Chaussee 76A) est l’administration responsable de la planification et de la réalisation de l’extension de la voie rapide sud. A cause de cette extension, une grande partie de la zone naturelle protégée appelée « Leinemasch » sera détruite.
A une époque où la crise climatique s’intensifie depuis longtemps, nous trouvons que déboiser des forêts pour élargir des routes est plus que cynique. Alors que nos moyens de subsistance, au niveau global, sont toujours plus minés par le changement climatique et que la répartition inégale des ressources devient de plus en plus menaçante, notamment pour les habitant.es du Sud du monde, en Allemagne le transport individuel motorisé continue à être présenté comme la seule liberté imaginable. Si nous nous opposons à la logique du capitalisme de l’automobile, nous devons rompre également avec l’idéologie qui voit toute limitation de vitesse comme une importante restriction à la liberté, ainsi qu’avec le fait que les innombrables voies rapides et autoroutes constituent l’infrastructure matérielle pour une croissance capitaliste sans freins.
Le « continuons ainsi » est possible seulement pour ceux qui profitent de cette répartition inégale et même comme-ça, cela ne fonctionnera plus trop longtemps… La seule alternative réaliste est un système qui se fonde non pas sur la croissance, mais sur une répartition équitable des ressources qui nous restent. Et pour avoir encore un peu de marges de manœuvre afin de lutter pour une bonne vie pour tout le monde, ne tombons pas dans le cynique « il est trop tard », mais luttons pour chaque dixième de degré de réchauffement en moins.
Et c’est précisément pour cette raison que nous n’accepterons simplement pas le défrichage de la Leinemasch et l’extension de la voie rapide sud.
* Note d’Attaque : plan d’eau artificiel attenant à la rivière Leine, dans le sud d’Hanovre, qui fait partie d’un secteur naturel protégé. Les bois alentours devraient être abattus pour permettre l’élargissement de la voie rapide sud et des manifestations et des occupation d’arbres ont eu lieu pour s’y opposer, notamment fin 2022.
Contre la destruction de l’environnement, l’oppression et la guerre – Du feu pour l’usine à béton de CEMEX
Inspiré.es par une série d’actions et de sabotages contre « le monde du béton », en France (2), en Belgique et en Suisse, aux premières heures du 27 décembre, nous avons rendu visite à l’usine à béton de CEMEX, sur le Schleusenufer, dans le quartier berlinois de Kreuzberg, et là-bas, avec le feu, nous avons retiré de la circulation plusieurs camions toupie et mis à l’arrêt le convoyeur, ainsi qu’un local technique.
Un champion parmi les destructeurs du climat
Le désert de béton et d’asphalte s’étend toujours plus. Rien qu’en Allemagne, ce sont 30 hectares de sol vivant qui sont ensevelis chaque jour sous le matériel de construction le plus demandé. Des routes, des places, des centres commerciaux, des complexes industriels et des maisons ; des parties énormes de la surface de la terre sont déjà cimentées et chaque année des projets d’infrastructures comme des barrages, des autoroutes, des ponts, des aéroports, etc. dévorent plusieurs milliards de tonnes de béton en plus.
Tout cela n’est pas sans conséquences. Le béton est considéré comme le destructeur du climat par excellence. Presque 10% du dioxyde de carbone que ce système rejette actuellement dans l’air provient de l’industrie du ciment. C’est presque trois fois celui émis par le trafic aérien. En même temps, la production de béton consomme d’énormes quantités de ressources. Le sable, en particulier, indispensable à sa production, est déjà rare aujourd’hui, c’est pourquoi partout dans le monde des littoraux et parfois des îles entières sont creusés. Avec des effets dévastateurs sur les écosystèmes environnants. De même, l’imperméabilisation des sols a des conséquences catastrophiques. Les espaces urbains se réchauffent toujours plus, alors que l’eau de pluie ne peut plus s’infiltrer dans la terre. Les nappes phréatiques ne se remplissent plus comme avant, ce qui, à long terme, entraînera une pénurie d’eau dans des nombreux endroits, ou l’a déjà fait. Les résultats sont d’une part l’aridité et la sécheresse, alors qu’ailleurs des fortes pluies, de plus en plus fréquentes, portent à des inondations et à l’érosion des sols. Bien pire encore, avec chaque mètre carré de béton en plus, des habitats et des sources de nourriture sont détruits. La perte de surfaces naturelles et le manque de végétation portent à une diminution de la biodiversité, ce qui a une influence sur des nombreuses populations d’animaux et de plantes et aura comme conséquence l’extinction de certaines espèces.
Dommage, le béton ne brûle pas
Le béton est devenu le symbole de toute une époque. Une époque où le capitalisme fête son expansion jusqu’aux derniers recoins de la planète et a coulé cette victoire dans le béton, sous forme de constructions monumentales dans les centres de pouvoir des métropoles. Par un réseau grandissant de routes, qui a d’abord ouvert la voie à l’exploitation et à l’utilisation des êtres humains et de la nature, le monstre du nom « civilisation » a bouffé le monde entier.
Mais, depuis toujours, il y a aussi de la résistance. Dans le sud du globe, où jusqu’à présent les répercussions du changement climatique se font sentir plus clairement et où la domination occidentale trouve son prolongement néocoloniale par l’exploitation des ressources et de la main-d’œuvre, il y a d’innombrables foyers de conflit. Des révoltes qui sont déclenchées par des menaces à l’existence, où des gens s’opposent par tous les moyens possibles à la destruction. Paradoxalement, de nos jours les origines de ces conflits sont souvent liées à l’ouverture de nouveaux marchés des technologies prétendument « vertes » et à la voracité en matières premières qui les accompagne. Si nous prenons pour cible ici les responsables de cette misère, nous le faisons aux côtés de tou.tes ceux/celles qui n’ont aucun autre choix. Car, pour beaucoup de monde, les seules alternatives à la résistance sont la fuite ou la mort.
C’est pourquoi il semble presque cynique que certaines parties du mouvement en défense du climat, dans ce pays, se distinguent surtout par leurs requêtes bien respectueuses au monde politique, celui qui nous a mis dans le pétrin et ne montre aucun intérêt à renoncer à ses privilèges. Ces activistes tombent dans le piège de vouloir plaire aux conceptions morales bourgeoises, avec leur profession de foi mensongère de renoncement à la violence. Cela n’a pas toujours été comme ça. Par exemple, pendant le mouvement anti-nucléaire des centaines de pylônes électriques ont été sciés, partout à travers l’Allemagne de l’Ouest, et les transports Castor [le combustible nucléaire usagé des centrales allemandes, qui a été portés à La Hague pour y être retraité et vitrifié, est ensuite baladé à nouveau à travers le continent, jusqu’à Gorleben, son lieux de stockage « définitif » ; NdAtt.] ont toujours été accompagnés par des sabotages de masse des infrastructures ferroviaires. Les protestations contre la nouvelle piste de décollage ouest de l’aéroport de Francfort-sur-le-Main ou contre l’usine de retraitement des déchets nucléaires de Wackersdorf [deux importantes mobilisation écologistes des années 80 ; la première a été vaincue, tandis que la deuxième a atteint son but ; NdAtt.] étaient régulièrement accompagnées par des émeutes auxquelles participaient des milliers de personnes. Alors pourquoi maintenant, quand ils sont plus nécessaire que jamais, ces conflits sont-ils si conformistes et malléables ? Si nous voulons arrêter durablement la destruction de la terre par la machine industrielle, on ne pourra pas éviter la confrontation avec cette société qui est issue d’une exploitation impitoyable et a succombé à la foi aveugle dans le progrès. Dommage que le béton ne brûle pas.
Le sale business de l’or gris
Avec l’attaque à l’entreprise CEMEX, nous avons touché l’un des plus gros producteur de béton du monde. CEMEX Deutschland AG est rattachée à sa société mère CEMEX S.A.B. de C.V., dont le siège est à Mexique et qui dispose, dans le monde, de 64 cimenteries, de 1348 usines de béton prêt à l’emploi, de 246 carrières, de 269 centres de distribution et de 68 terminaux maritimes. L’entreprise participe à des projets d’infrastructures et de grandes constructions dans plus de 50 pays. C’est le cas de l’extension controversée de l’autoroute urbaine A100, à Berlin. Une tombe à 560 millions d’euros, que le gouvernement nous a refilé. CEMEX, avec la production et la livraison de 170 000 m³ de béton, est l’un des grands profiteurs de ce monstre, qui va maintenant ouvrir une tranchée au beau milieu de la ville et qui recrachera bientôt une avalanche de voitures près du parc de Treptow.
En plus de l’habituelle destruction de l’environnement, qui fait partie des activités quotidiennes de ce secteur industriel, CEMEX a une autre histoire à présenter, particulièrement sanglante, qui concerne le Proche Orient ; nous voulons la mentionner maintenant, alors qu’une guerre dévastatrice fait à nouveau rage à Gaza. En 2005, CEMEX a absorbé l’entreprise israélienne Readymix Industries, qui a fourni le béton pour le mur israélien et a participé à la construction de check-points militaires en Cisjordanie, comme ceux de Hawara et d’Azun-Atma. CEMEX gagne de l’argent avec la construction de colonies illégales et d’avant-postes en Cisjordanie et elle y exploite des cimenteries à Mevo Horon, Atarot et Mishor Edomim, ainsi qu’à Katzerin, sur le plateau du Golan. De cette façon, l’entreprise devient un larbin et un allié de la politique d’extrême droite de Netanyahou et de ses partisan.es clérical-fascistes dans les colonies de peuplement. Ces structures servent principalement un objectif : rendre impossible aux Palestinien.nes une existence digne dans cette région, par le biais de l’harcèlement, de la répression, de la violence et des expulsions, des choses que, dans les pires des cas, ils/elles payent de leur vie. Rien ne peut justifier la souffrance indescriptible que cette politique entraîne.
Cependant, nous nous garderons de vouloir comprendre cette guerre au Proche Orient selon un simple schéma en noir et blanc, entre le Bien et le Mal. Nous sommes dégoûté.es aussi bien par les bombardements atroces de l’armée israélienne contre la population civile de Gaza que par les massacres du Hamas. Même si cette lutte et le nombre des victimes sont très inégaux, il est affreux de vouloir faire les comptes pour comparer la souffrance des un.es avec la souffrance des autres. Au lieu de brandir « la seule opinion » correcte ou le seul drapeau qui serait exempt de contradictions, nous tournons notre regard vers ceux/celles qui tirent des profits économiques de cette politique de guerre et qui s’enrichissent avec le militarisme et l’oppression raciste. C’est aussi pour cela que nous avons attaqué CEMEX. Et nous le faisons avec la plus forte empathie pour la souffrance et la douleur des gens qui doivent vivre dans une guerre permanente et la militarisation croissante de cette région. Toujours du côté de ceux/celles qui combattent pour la liberté de tout le monde, partout. Au-delà de l’État, de la nation et de la religion, de leur frontières et armées meurtrières.
Kaliméro est une caisse et une assemblée solidaire des prisonni-eres de la guerre sociale. En novembre, elle aura lieu le jeudi 11 janvier à 19h, elle se tiendra à la bibliothèque anarchiste Libertad, 19 rue Burnouf, à Paris.
La prison est un des rouages de ce système basé sur l’exploitation et la domination que nous voulons raser au sol, c’est pourquoi nous envoyons des mandats à celles et ceux accusé·e·s d’actes de révolte dont on est solidaires.Retour ligne automatique
Une caisse de solidarité a besoin de continuité. Nous n’avons ni sponsor, ni mécène, aussi avons-nous convenu d’un rendez-vous par mois pour collecter des sous pour alimenter la caisse. Ces rencontres sont également l’occasion d’échanger sur nos pratiques face à la répression, d’assurer le suivi des différentes histoires et de discuter des situations qui se présentent. Elle est également un moment de discussion autour des possibles moyens d’esquive, de résistance et d’auto-organisation offensive contre la machine judiciaire et carcérale.
Dans un souci de régularité, ces rencards ont été fixés le 2e jeudi de chaque mois à 19h. La prochaine réunion de Kaliméro aura lieu le 11 janvier à la bibliothèque anarchiste Libertad au 19 rue Burnouf, à Paris.
Pour envoyer de l’argent, pour demander des informations, ou pour être tenu·e·s au courant des prochains rendez-vous de la caisse et être inscrit·e·s sur la mailing-list de Kaliméro, écrivez à kalimeroparis(at)riseup.net
La nuit du 26 au 27 décembre 2023 à Berlin, le site du bétonneur Cemex a subi une attaque destructive en règle. Pour rappel, la multinationale d’origine mexicaine Cemex est l’un des trois plus gros producteur mondiaux de béton et de ciment (aux côtés de Lafarge-Holcim et du chinois CNBM), en exploitant notamment près de 120 usines et carrières en Allemagne.
Sur son site berlinois situé au bord de l’écluse de Kreuzberg, c’est vers 3h20 que des riverains ont constaté des incendies allumés à différents endroits et ont alerté les pompiers. A leur arrivée, ces derniers ont constaté que cinq camions toupie, la ligne de convoyage des matériaux en vrac (soit le tapis-roulant) ainsi que des parties d’un bâtiment technique près des silos étaient en flammes. Ils ont mis près de deux heures pour parvenir à éteindre les différents foyers allumés sur le site industriel, en restant sur place jusqu’à huit du matin pour éviter toute reprise des incendies.
Quelques heures plus tard, cette attaque « contre la destruction de l’environnement, l’oppression et la guerre » a été revendiquée sur le site allemand indymedia, un communiqué dont on trouvera ci-dessous la traduction.
Contre la destruction de l’environnement, l’oppression et la guerre – Feu à l’usine de béton CEMEX
(traduit de l’allemand de indymedia.de, 27 décembre 2023)
Inspirés par une série d’actions et de sabotages contre « le monde du béton » en France (2), en Belgique et en Suisse, nous nous sommes rendus aux premières heures du 27 décembre à l’usine de béton CEMEX, située sur les rives de l’écluse à Berlin-Kreuzberg, où nous avons utilisé le feu pour retirer plusieurs bétonnières de la circulation et immobiliser le tapis roulant ainsi qu’un bâtiment technique.
Un champion parmi les tueurs de climat
Le désert de béton et d’asphalte ne cesse de s’étendre. Rien qu’en Allemagne, ce sont jusqu’à 30 hectares de sols vivants qui sont ensevelis chaque jour sous le matériau de construction le plus demandé. Les routes, les places, les centres commerciaux, les installations industrielles et les maisons ; d’énormes parties de la surface terrestre sont déjà scellées et les projets d’infrastructure tels que les barrages, les autoroutes, les ponts, les aéroports, etc. engloutissent chaque année plusieurs milliards de tonnes de béton supplémentaires.
Tout cela n’est pas sans conséquences. Le béton est considéré comme le tueur du climat par excellence. Près de 10 pour cent du dioxyde de carbone que ce système rejette actuellement dans l’air provient de l’industrie du ciment. C’est presque trois fois plus que le trafic aérien. Parallèlement, la production de béton consomme d’énormes quantités de ressources. Le sable, notamment, indispensable à la production, se fait déjà rare, ce qui explique que des zones côtières et parfois des îles entières soient démolies dans le monde entier. Avec des effets dévastateurs sur les écosystèmes environnants. De même, l’imperméabilisation croissante des sols a des conséquences catastrophiques. Les espaces urbains se réchauffent de plus en plus, tandis que l’eau de pluie ne peut plus s’infiltrer dans le sol. Les nappes phréatiques ne se remplissent plus comme avant, ce qui entraînera à long terme une pénurie d’eau en de nombreux endroits, ou l’a déjà fait. Sécheresse et aridité en sont d’une part le résultat, tandis qu’en d’autres endroits, les fortes pluies de plus en plus fréquentes provoquent inondations et érosion. Bien plus encore, chaque mètre supplémentaire de béton détruit des habitats et des sources de nourriture. La perte de surfaces naturelles et le manque de végétation entraînent une diminution de la biodiversité, ce qui a une influence sur de nombreuses populations animales et végétales et entraînera l’extinction de certaines espèces.
Dommage que le béton ne brûle pas
Le béton est devenu le symbole de toute une époque. Une époque où le capitalisme a célébré son expansion jusque dans les moindres recoins de la planète et a coulé cette victoire dans le béton sous forme de constructions monumentales dans les centres de pouvoir des métropoles. Le monstre appelé « civilisation » a fait le tour du monde en empruntant un réseau de routes qui a ouvert la voie à l’exploitation et à la valorisation de l’homme et de la nature à l’échelle industrielle.
Mais depuis toujours, il y a aussi une résistance contre elle. Dans le Sud global, où les effets du changement climatique se font le plus sentir jusqu’à présent et où la domination occidentale trouve son prolongement néocolonial dans l’exploitation des ressources et de la main-d’œuvre, il existe d’innombrables foyers de conflit. Des révoltes déclenchées par des menaces existentielles, lors desquelles des humains s’opposent à la destruction de leur environnement par tous les moyens imaginables. Ironiquement, il n’est pas rare que les causes de tels conflits soient actuellement liées à l’ouverture de nouveaux marchés pour les prétendues « technologies vertes » et à la soif de matières premières qui les accompagne. Si nous ciblons ici les responsables de cette misère, nous le faisons aux côtés de toutes celles et ceux qui n’ont pas le choix. Car comme alternative à la résistance, beaucoup n’ont d’autre choix que la fuite ou la mort.
C’est pourquoi il est presque cynique de voir une partie du mouvement climatique de ce pays [l’Allemagne, ndt] se distinguer surtout par des demandes bienveillantes adressées à la politique, qui nous a mis dans le pétrin et ne montre aucun intérêt, pour qu’elle renonce d’elle-même à ses privilèges et à la prospérité. Ces activistEs tombent ainsi dans le piège de vouloir plaire aux conceptions morales bourgeoises, avec leur profession de foi mensongère en faveur du renoncement à la violence. Mais il n’en a pas toujours été ainsi.
Pendant le mouvement anti-nucléaire, par exemple, des centaines de pylônes électriques ont été sciés dans toute l’Allemagne et les transports de déchets nucléaires Castor n’ont pas pu être menés à destination sans rencontrer un sabotage massif de l’infrastructure ferroviaire. Les protestations contre la piste de décollage ouest à Francfort-sur-le-Main ou contre l’usine de retraitement de Wackersdorf ont été accompagnées d’émeutes régulières auxquelles ont participé des milliers de personnes.
Alors pourquoi les conflits actuels sont-ils si conformistes au moment même où ils sont plus nécessaires que jamais ? Si nous voulons stopper durablement la destruction de la planète par la machine industrielle, il n’y aura pas d’autre solution que de se confronter à cette société issue d’une exploitation impitoyable qui a succombé à la foi aveugle dans le progrès. Dommage que le béton ne brûle pas.
Le sale business de l’or gris
En attaquant l’entreprise CEMEX, nous avons touché l’un des plus grands producteurs de béton au monde. CEMEX Deutschland AG est rattachée à la société mère CEMEX S.A.B. de C.V., dont le siège est au Mexique, et dispose dans le monde entier de 64 cimenteries, 1.348 usines de béton prêt à l’emploi, 246 carrières, 269 centres de distribution et 68 terminaux maritimes. L’entreprise participe à des projets d’infrastructure et de construction à grande échelle dans plus de 50 pays. C’est le cas de l’extension controversée de l’autoroute urbaine A100 à Berlin. Une tombe de 560 millions d’euros que le gouvernement nous a balancée à la figure. En fabriquant et en livrant les quelque 170.000 m³ de béton, CEMEX est l’un des grands bénéficiaires de ce monstre autoroutier qui ouvre désormais une voie en plein milieu de la ville de Berlin et recrachera bientôt une bruyante avalanche de tôle près du parc de Treptow.
Outre les destructions habituelles de l’environnement qui font partie des activités quotidiennes de ce secteur, CEMEX a cependant une autre histoire particulièrement sanglante à son actif en ce qui concerne le Proche-Orient, que nous souhaitons évoquer à l’heure où une guerre dévastatrice fait à nouveau rage à Gaza. En 2005, Cemex a avalé l’entreprise israélienne Readymix Industries, qui fournissait du béton pour le mur israélien et participait à la construction de points de contrôle militaires en Cisjordanie, dont les points de contrôle de Hawara et Azun-Atma. CEMEX gagne de l’argent en construisant des colonies et des avant-postes illégaux en Cisjordanie et y exploite des cimenteries à Mevo Horon, Atarot et Mishor Edomim, ainsi qu’à Katzerin sur les hauteurs du Golan.
L’entreprise se fait ainsi l’acolyte et l’alliée de la politique d’extrême droite de Netanyahu et de ses partisans fanatiques et religieux dans les colonies de peuplement. Ces structures n’ont qu’un seul objectif : empêcher les Palestiniens de mener une existence digne sur cette parcelle de terre par le harcèlement, l’oppression, la violence et l’expulsion, ce qu’ils paient de leur vie dans le pire des cas. Rien ne peut justifier la souffrance indescriptible qui résulte de cette politique.
Néanmoins, nous nous garderons de vouloir comprendre cette guerre au Proche-Orient selon le schéma simpliste en noir et blanc du bien et du mal. Nous sommes aussi bien dégoûtés par l’abominable terreur des bombardements de l’armée israélienne contre la population civile de Gaza que par les massacres perpétrés par le Hamas. Même si cette lutte et le nombre de victimes sont très inégaux, il est fatal de vouloir opposer la souffrance des uns à celle des autres. Au lieu de brandir « une seule opinion » ou un seul drapeau apparemment exempt de contradictions, nous tournons notre regard vers ceux qui tirent un profit économique de cette politique belliqueuse et qui s’enrichissent grâce au militarisme et à l’oppression raciste.
C’est aussi pour cela que nous attaquons CEMEX. Et nous le faisons avec la plus grande empathie possible pour la souffrance et la douleur des personnes qui doivent vivre sous la guerre permanente et la militarisation croissante dans la région. Toujours aux côtés de ceux qui luttent pour la liberté de tous, partout. Au-delà de l’État, de la nation et de la religion, et de leurs frontières et armées meurtrières.
Déclaration à propos du début du procès avec jugement immédiat contre quatre anarchistes sous enquête dans l’opération Scripta Scelera
Nous prenons publiquement la parole à l’occasion du début du procès contre Gaia, Gino, Luigi et Paolo, avant tout pour exprimer notre complète proximité à leur encontre. Nous sommes certains que ces mois passés aux arrestations domiciliaires – avec l’isolement imposé par les restrictions, l’interdiction donc de tout contact avec leurs proches les plus chers – ne les ont pas fait plier. En cette période pendant laquelle on nous a éloignés, notre affection pour eux n’a pas disparu.
Nous prenons donc la parole parce que nous voulons réaffirmer notre ferme opposition à la tentative de morceler la procédure judiciaire appelée Scripta Scelera, dans laquelle nous sommes dix prévenus, tous accusés en vertu des articles 270 bis, 414, 270 bis §1 du code pénal (et pour quatre de nous aussi en vertu de l’article 278), pour avoir rédigé, publié et diffusé le bimensuel anarchiste internationaliste Bezmotivny. Cette procédure judiciaire a été caractérisée par deux requêtes, de la part du procureur de Gênes, de détention préventive en prison pour les dix prévenus. Suite à la deuxième requête, de mars 2023, le juge d’instruction a ordonné, en août, neuf mesures de contrôle judiciaire, dont les arrestations domiciliaires avec toutes les restrictions pour les quatre compagnons qui seront jugés aujourd’hui en vertu des articles 414, 270 bis §1 et 278 du code pénal, ainsi que l’interdiction de sortir de la commune de résidence (et de chez soi, la nuit) pour cinq autres, tandis qu’un prévenu est en liberté.
État donne le caractère unitaire, dans tous les stades jusqu’à maintenant, de cette enquête, la décision de « morceler » la procédure judiciaire en différents tronçons est une bizarre tentative politique de briser et de saper la solidarité, de diluer la mobilisation en défense de la presse anarchiste et même l’initiative des inculpés au procès. Une tentative d’arriver, pour ainsi dire en catimini, à une quelque condamnation qui puisse servir comme un précédent supplémentaire à utiliser à l’avenir contre les publications anarchistes et révolutionnaires et qui puisse en outre servir de mise en garde à l’encontre de ce qui reste de la presse « dissidente ». L’enjeu est l’existence de nos publications. Celles dont on nous accuse en cette occasion sont des infractions que votre justice elle-même définit explicitement comme des « délits d’opinion ». Par conséquent, le procès qui s’ouvre aujourd’hui est un procès objectivement politique, puisque on y discutera de la possibilité, pour les anarchistes, d’avoir des publications, surtout de la possibilité ou pas d’écrire ce que nous voulons et non pas ce qui nous est concédé par une censure réactionnaire.
Il y a plus encore. La décision de « séparer » partiellement un tronçon de procès, c’est-à-dire de nous en exclure, dans un premier temps – sans ordonner un non-lieu, mais, au contraire, pendant que les mesures de contrôle judiciaire à notre encontre se poursuivent – est scandaleux même selon les principes de votre justice. Certains des sujets qui seront discutés au tribunal de Massa à partir d’aujourd’hui ont un contenu, abstrait autant que concret, qui nous concerne et qui affectera notre position judiciaire, à l’avenir. Quand les membres de la police politique, qui ont étudié avec tellement de zèle les différents numéros du journal, défileront dans la salle du tribunal et fourniront leurs exégèses de Bezmotivy, nos avocats ne seront pas là pour les contre-interrogatoires et nous ne serons pas là pour faire d’éventuelles déclarations. Il en ira de même quand on discutera d’un article supposément écrit à plusieurs, par nous aussi. Sans parler des écoutes et de leurs transcriptions. La juge d’instruction qui s’est prêtée à ce petit jeu, en accueillant favorablement la requête de jugement immédiat présentée par le procureur seulement pour quatre inculpés, a même refusé de nous concéder la possibilité d’assister au procès (exception faite, évidemment, pour le compagnon qui est en liberté, pour qui ce problème ne se pose pas).
Au delà des technicismes, qui ne valent pas grand-chose, la substance est évidente pour quiconque : si le tribunal rendra un jugement sur le journal qui va contre nos intérêts, ou dans le cas d’affirmations à propos des différents textes, qui seraient jugés comme des « provocations aux crimes et délits », difficilement un procès futur pourra changer la donne. Que ce soit pour le lâche respect pour la décision prise par un collègue, que ce soit parce que le tribunal de Massa est assez petit pour qu’il y ait la possibilité qu’on passe à procès avec le même juge, qui, à moins d’être atteint de schizophrénie, ne changera certainement pas sa conviction.
Le seul espace qui nous restera pour une éventuelle défense technique sera de démontrer de n’avoir rien à voir avec le journal et ses textes, ce qui nous amènerait donc sur le voie de la désolidarisation. Si nous prenons la parole aujourd’hui, c’est surtout pour dire que nous ne ferons jamais ce choix. Qu’il soit bien claire que les opportunistes, les magouilleurs, les acrobates ne sont pas de ce côté-ci de la barricade.
D’ailleurs, nous sommes fermement convaincus qu’on ne peut faire aucune confiance aux tribunaux et à leurs serviteurs, qui, s’ils sont là pour garantir quelque chose, c’est uniquement pour garantir le principe d’autorité et l’oppression de classe. Cependant, assister à des telles acrobaties dans les procédures, pour arriver à frapper un journal anarchiste, nous fait vraiment penser que l’on est face à la descente aux enfers de la pensée libérale. Tant mieux, on a toujours apprécié la franchise.
Nous serons tout aussi francs. Les perquisitions, les arrestations, les mises en examen, le procès et même les acrobaties procédurales les plus dignes des Jeux olympiques ne suffiront pas à faire taire les anarchistes. Nous n’avons pas peur d’affirmer que nous sommes ennemis de l’État et du capital. Face à une société capitaliste qui ne peut laisser que de ruines, où la possibilité d’une guerre mondiale est toujours plus proche, une société qui a transformé notre planète en déchetterie, face à tout cela, les menaces de la répression sont vraiment peu de chose. C’est plutôt l’État qui craint les anarchistes, parce que les anarchistes sont une voix infatigable qui porte la nécessité d’en finir avec tout cela.
L’une des grandes richesses de l’anarchiste se trouve dans sa ténacité, dans l’élan projectuel constant et illimité, qui découle d’un profond désir de liberté. Notre persévérance dans l’agitation et dans la propagande anarchiste est et sera toujours une contribution à la lutte et une expression de cette ténacité.
Solidarité et complicité avec Gaia, Gino, Luigi et Paolo !
8 janvier 2024
Luca Aloisi, Michele Fabiani, Francesco Rota, Veronica Zegarelli
La megamacchina devastatrice – un opuscolo sull’estrattivismo e il mondo che ne ha bisogno
Ci segnalano e segnaliamo l’uscita di questo opuscolo che raccoglie i materiali prodotti per l’iniziativa contro l’estrattivismo tenutasi a Roma il 16 e 17 dicembre 2023.
Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di una compagna genovese (il titolo è nostro). Il discorso sull’operaismo italiano e sui miti in cui è stato avvolto sarebbe piuttosto lungo. Da non marxisti e non marxologi, ci limiteremo a un paio di osservazioni. Se è grottesca l’immagine di Negri «cattivo maestro» e «ideologo delle Brigate Rosse», tanto cara alla borghesia del PCI e dei suoi magistrati, ci pare che separare il Negri operaista dal Negri teorico della dissociazione, della fine dell’imperialismo, dell’Europa come contropotere ecc. lasci intatta una questione di fondo. Se la soggettività operaia è il vero motore dello sviluppo capitalistico (secondo la «rivoluzione copernicana» di Tronti) e non il suofreno; e la lotta di classe è un’invariante della storia (salvo il comunismo o la «comune rovina delle classi in lotta»), allora lo sviluppo delle forze produttive è sempre un fattore di «socializzazione», di cui proletari devono spezzare l’involucro giuridico borghese, facendo saltare i rapporti sociali corrispondenti. Sarà parodistico fin che si vuole, ma il Negri per cui il comunismo sono «i Soviet più Internet» è un apologeta della società cibernetica quanto il Lenin dei «Soviet più l’elettrificazione» lo era di quella industriale (taylorismo compreso).
Che certe tesi sull’operaio sociale e il bisogno di comunismo abbiano influito sul movimento del ‘77, è fuor di dubbio. Che senza liberarsi della «religione delle forze produttive» (Simone Weil) non si possa liberarsi di un apparato tecno-industriale sempre più biocida, anti-sociale e anti-umano, lo è altrettanto. E dall’intera cosmovisione capitalistica che dobbiamo evadere.
Negri, l’operaismo, la dissociazione, i barbari
A distanza di anni dalla presentazione di “Barbari” a Genova, sono ben felice di riproporre parte di un intervento che scrissi proprio per quella presentazione. Stavo comunque, dopo la morte di Negri, buttando giù qualche riga da spammare ovunque si “trattasse” del defunto. Che ho conosciuto e, per un breve periodo, apprezzato.
Come non rendersi conto che proprio di quell’“operaista” – il senso deve essere quello di trontiana memoria – molto, ma molto, sia stato introiettato nelle piazze del ’77 delle quali ci si fa belli ancor ora. Io stessa gioisco dell’esserci stata, affrontando tutto il positivo e tutto il negativo della “teoria dei bisogni”, dell’operaio sociale… Ed in quel periodo sì che potevano essere prese in considerazione le critiche al marxismo (personalmente ero e sono marxista) dal quale ancora Negri attingeva. Ma come sia stato possibile attaccare il marxismo facendosi scudo della Moltitudine e o dell’Impero negriani, ancora non mi è chiaro.
La negriana Moltitudine non fu altro che un’aberrazione più marziana che marxiana. Generica ed indistinta, atomizzazione delle singolarità nell’alienazione del ciclo della merce, la moltitudine nulla c’azzecca con il soggetto collettivo rivoluzionario.
Il Negri che, da una parte, glissa sul fatto che la struttura sociale è questa proprio perché ci si trova di fronte al capitalismo – e non in qualsiasi sistema economico interscambiabile – mentre dall’altra non dà granchè fiato alle soggettività che, autonomamente, cercano di ritrovarsi in una omogeneità materiale che possa diventare pratica comune del soggetto collettivo rivoluzionario è il Negri che accompagna, nel 1998, la logica del “riconoscimento” reciproco (Stato–Movimento) esplicata all’interno dell’assemblea generale costitutiva della Carta di Milano.È il Negri che toglie significato anche a termini quali internazionalismo (Ya Basta) o astensionismo. È il Negri dell’autonomia della politica che delinea un nuovo trasformismo segnato dallo spiritualismo immanentistico.
I marxisti, autodeterminandosi senza mediazione alcuna attraverso il rifiuto e la negazione radicale dello stato di cose presenti, per trasformare l’antagonismo soggettivamente consapevole e radicalmente praticato in autonomia di classe, sono quelli che combattono l’inesistenza di un linguaggio riconoscibile, l’analfabetismo reso possibile dalla soppressione della propria coscienza individuale, conseguenza dello sterminio del significato attuato dall’Impero. Problemino di fondo di molti barbari.
In ogni caso: già, dopo il Documento dei 51 “Una generazione politica è detenuta” , cosa si potrebbe ancora dire se non citare le parole di Sante: “La critica durissima da fare fu che fino ad allora nessun prigioniero, dal grande prigioniero al compagno più sprovveduto, aveva accettato un rapporto con la magistratura.
Conosco decine e decine di ragazzi che per non aver risposto alle domande dei giudici si sono presi 10-15 anni di galera e se li sono cagati tutti, senza dire una parola. Spiegare una circostanza gli avrebbe risparmiato anni, e non l’hanno fatto.
Aldilà del documento della dissociazione, con tutti i danni che ha comportato in termini di desolidarizzazione, fu proprio questo comportamento di Negri a rappresentare una merda imperdonabile. Lui ha spiegato cos’era il movimento rivoluzionario, e anche se lo ha fatto dal punto di vista politico, come dice lui, di fatto ha differenziato anche le responsabilità” (Sante Notarnicola – Camminare sotto il cielo di notte, Calusca, 1993.)ma anche l’articolo di “Autonomia” (https://www.inventati.org/cope/wp/wp-content/uploads/2017/06/170_Autonomia25_ott1981_LetteraaToniOTT.pdf).
Liberté pour Benni ! – Détention préventive et perquisition domiciliaires, luttons contre la répression
Aujourd’hui, 5 janvier 2024, notre compagnon Benni a été placé en détention préventive à la maison d’arrêt de Leipzig. Que s’est-il passé ?
Le 23 novembre 2023, les flics ont effectué encore une fois une descente de grande envergure contre le milieu autonome de Leipzig (1). Il ne leur a pas suffit de mettre des appartements sens dessus dessous et d’exiger des échantillons d’ADN pour des broutilles. Cette fois, ils augmentent encore la pression, en rendant chaque procès, un moment déjà dégueulasse en soi, encore plus effrayant à l’avenir. Devant la salle de tribunal où avait lieu le procès du squat Luwi71 (2), des « policiers d’élite » en uniforme attendaient, en compagnie de l’infect Karl Keim, un gratte-papier de torchons à sensation (3). C’était certainement pensé comme une démonstration de force, après les émeutes du Jour J, en juin dernier. Le but officiel de ce spectacle était d’effectuer des perquisitions domiciliaires chez deux personnes mises en examen et de leur prélever à nouveau l’ADN, ainsi que de placer le camarade Benni en détention préventive.
L’appartement d’une troisième personne a été fouillé aussi. Là, les flics ont cherché, sans succès, des feux d’artifice, des fringues noires et des revues avec des instructions pour le bricolage et ils ont emporté des appareils informatiques bien chiffrés. Les faits reprochés aux trois personnes ne sont pas liés. Alors que pour deux personnes il s’agit d’inculpations pour des faits distincts, mais dans les deux cas dans le contexte des événements qui ont eu lieu après le rendu du jugement dans le procès Antifa Ost* (4), la troisième compagnonne est accusée de l’incendie de véhicules de DHL, en réaction à des perquisitions domiciliaires, en février 2023** (5). Le fait que toutes les perquisitions aient été menées ensemble est probablement dû à la concentration des forces policières et à leur volonté de créer un scénario plus menaçant.
Benni, le camarade condamné à la détention préventive, n’était pas allé au tribunal ce jour-là, ce qui s’est révélé être un gros coup de chance. Il s’est rendu de lui-même aujourd’hui, le 5 janvier 2024. On ne peut pas parler ici de libre choix, mais plutôt du constat amer que la liberté de quelqu’un.e finit dès que son nom figure sur un mandat d’arrêt – qu’il s’agisse de la peine sans jugement qu’est la détention préventive, d’un procès visiblement imposé par des volontés politiques ou de la prison à ciel ouvert de l’exil.
Le Jour J
Benni est accusé d’avoir lancé un cocktail Molotov sur les forces d’intervention de la police, le 3 juin, sur la place Alexis-Schuhmann. Les uniformes ignifuges de deux agents de la tristement célèbre unité USK Dachau*** auraient pris feu. Mais personne n’a été blessé, seulement une bonne frayeur. Les unités USK, appelées « sniffeurs de coke » dans le jargon interne de la police, se font volontiers remarquer par des scandales liés à l’incitation à la haine raciale et à des viols et ne sont pas considérés comme très impressionnables (6).
Ce fait justifie, selon les enquêteurs, l’accusation de tentative d’homicide. Leurs indices reposent sur tout l’arsenal des méthodes répressives, y compris des perquisitions chez ses parents, sur son lieu de travail et chez des journalistes de gauche, ainsi que la nasse qui a enfermé plus de 1000 personnes pendant 12 heures [le 3 juin 2023 ; NdAtt.] (7).
Le Jour J dont il est question était la mobilisation des antifascistes, le samedi après le rendu du jugement dans le procès politique Antifa Ost, à Leipzig, pour manifester et porter leur solidarité aux condamné.es et pour défendre l’antifascisme autonome. Les quatre inculpé.es ont été condamné.es à des longues peines à cause d’indices cousus de fil blanc et en partie sans que leur participation directe aux faits reprochés ait été prouvée (8).
Apparemment, les autorités répressives de la ville, les tribunaux et la police étant conscients de toute la merde qu’ils ont fait ces dernières années, la panique s’est répandue. Une forte préoccupation devant des antifascistes en colère et un pleurnichement gênant dû au fait que des milliers de policiers auraient été impuissants à faire respecter le droit démocratiques de se rassembler. Car les autonomes tout-puissants seraient impossible à contenir, comme cela est arrivé lors des émeutes du 18 septembre 2021 ou du 12 décembre 2015.
Ce qui, certes, n’est pas tout à fait faux. Le niveau de colère était connu par quiconque aurait pris en compte les dernières années dans cette ville et oui, elle aurait été difficile à contenir. Mais cela a visiblement suffit comme prétexte pour supprimer la démocratie bourgeoise pendant tout un week-end. Des appels à l’émeute publiés anonymement ont été utilisés pour justifier cela, mais il ne faut pas oublier qu’ils auraient interdit la manifestation de toute façon, comme cela était déjà arrivé, entre autre, pour la manifestation contre la répression « Tou.tes ensemble – autonomes, résistant.es, irréductibles » du 23 octobre 2021.
En réponse à la sentence du procès Antifa Ost, le mercredi et le vendredi avant le grand Jour J, il y a eu des moments incontrôlables, où la police a parfois été surprise, parfois en a bien pris pour son compte et parfois la foule a tout simplement pu se défouler. La nasse du samedi, planifié depuis longtemps, a montré que leur objectif principal était d’éviter des émeutes de masse et de retenir, traumatiser et réprimer autant de monde que possible (10).
En avant !
La mobilisation du Jour J était justifiée. Même si le prix à payer pour cette journée a été élevé, cela ne signifie pas qu’on n’aurait pas dû essayer. Des années de répression grandissante et de quotidienne dérive à droite de la société et de ses institutions ont exigé une réponse ou, du moins, une tentative d’y faire face. Tous les trois mois, des perquisitions domiciliaires aux allures de harcèlement (et pour la plupart illégales) ont lieu dans le quartier de Connewitz, qui font de chacun.e de nous des victimes indirectes. Le sentiment d’être seul.es dans la lutte contre les activités fascistes et d’être ensuite « récompensé.es » avec de la surveillance et de la prison. La triste réalité est que l’État, en plus de l’organisation quotidienne de notre exploitation, peut désormais, avec l’assouplissement de l’utilisation de l’article 129 du code pénal [association de malfaiteurs ; NdAtt.], punir les dernières choses qui nous restent : la solidarité et l’amitié. Qui ne ressent pas de colère ou arrive juste à regarder ailleurs ?
Il est beau de voir que certains signes de solidarité ont déjà été envoyés, de différents endroits du monde. La lutte continue, même en période de persécution et de détention préventive. Ensemble, contre leur société d’exploitations, de matraques, de frontières et de taules !
Liberté, bonheur et force pour ceux/celles en cavale !
Amour et confiance pour tou.tes les antifascistes.
Liberté pour Benni !
Soligruppe Freiheit für Benni
[groupe de soutien Liberté pour Benni]
Les informations sur le compte pour le soutien financier et l’adresse pour les lettres suivront sous peu. Voilà, déjà, notre adresse émail : free_benni(at)riseup.net
Notes d’Attaque : * une affaire répressive par laquelle la justice du Land de Saxe (où se trouve Leipzig) accuse quatre antifascistes d’une série d’agressions contre des nazis, entre 2018 et 2020. Le procès en première instance s’est soldé, en mai 2023, avec des peines allant de deux ans et demi à cinq ans et trois mois de prison. ** En réalité, l’attaque a eu lieu la nuit du 15 au 16 janvier 2023, les perquisitions le vendredi 13. *** Une des unités de la police anti-émeute bavaroise venues en renfort à Leipzig ce jour-là.
*****
Mise à jour du 26 février :
extrait de knack[punkt] / mercredi 21 février 2024
[…] Nous, le comité de soutien de Benni, essayons d’organiser sa vie dans la taule et tout ce qui va avec.
Mais nous avons besoin de soutien aussi ! Si vous avez quelque chose à proposer pour nous soutenir, écrivez-nous à l’adresse : free_benni@riseup.net (clef PGP disponible sur demande). Ainsi, on pourra coordonner les choses et mettre en contact les gens, le cas échéant.
[…] Il faut de l’argent pour les frais d’avocat, la vie derrière les barreaux et les activités solidaires !
Titulaire du compte : Rote Hilfe Leipzig
IBAN: DE88 4306 0967 4007 2383 05
Référence : Free Benni
[…] En maison d’arrêt, Benni n’a aucun contact avec le monde extérieur. Lui écrire des lettres est, avec les courts parloirs qu’il a, la seule façon de le faire participer à notre vie ici dehors. Il est donc heureux de recevoir des lettres et des cartes postales. […]
Son adresse : Joris Ben Jonas
JVA Leipzig
Leinestraße, 111
04279 – Leipzig (Allemagne)
Encore une fois, on vous demande explicitement de faire attention à ce que vous écrivez (les lettres sont lues).
Au moins 33 églises rasées par les flammes au Canada depuis mai 2021
Radio Canada, 9 janvier 2024 (extrait)
Des rapports de police, des dossiers judiciaires et des comptes rendus dans les médias colligés par CBC/Radio-Canada mentionnent au moins 33 églises détruites par des incendies au Canada entre mai 2021 et décembre 2023.
Des enquêteurs ont déterminé qu’au moins 24 de ces 33 églises ont été brûlées intentionnellement après mai 2021, que 2 l’ont été par accident et que les autres font encore l’objet d’un examen. Onze églises ont été détruites à la suite d’incendies volontaires dans l’Ouest canadien dans les semaines qui ont suivi les révélations de la découverte de 215 potentielles sépultures anonymes sur le site d’un ancien pensionnat pour Autochtones à Kamloops, en Colombie-Britannique.
Environ la moitié des églises réduites en cendres étaient catholiques, mais des églises anglicanes, chrétiennes évangéliques et de l’Église unie ont également vu leur lieu de culte emporté par les flammes. Les églises incendiées se trouvaient majoritairement dans des communautés ou sur le territoire de Premières Nations et de petites municipalités rurales, avec 14 et 13 feux respectivement. De la trentaine d’incendies d’églises depuis 2021, seuls 9 ont donné lieu à des arrestations.
Affronter la vérité
Des dirigeants autochtones et de la sphère politique ont évoqué la colère suscitée par les pensionnats pour Autochtones pour expliquer la flambée d’églises calcinées après les découvertes de Kamloops.
« Détruire l’histoire des autres ne construit en rien la nôtre », avait déclaré en 2021 Perry Bellegarde, alors chef de l’Assemblée des Premières Nations. « Nous devons résister à la tentation de la violence et nous tourner vers […] tout ce que nos aînés nous ont appris sur la coexistence pacifique et le respect mutuel », avait-il ajouté.
À cette époque, le premier ministre canadien Justin Trudeau avait lui aussi commenté ce phénomène : « Ce n’est pas la voie à suivre. La destruction de lieux de culte est inacceptable et elle doit cesser. »
Pourtant, les actes incendiaires n’ont toujours pas cessé, et Paulina Johnson, chercheuse à l’Université de l’Alberta et membre de la Première Nation de Maskwacis, dit comprendre pourquoi. « On utilise le feu parce que personne ne s’intéresse vraiment à la vérité », affirme-t-elle. « Ce n’est pas pour dire que ces incendies sont justifiés, mais ils symbolisent une réalité plus vaste. » Paulina Johnson déclare aussi que « les Autochtones ont longtemps été réduits au silence et qu’ils retrouvent parfois leur voix de façon destructrice ».
Petit recensement non-exhaustif des attaques d’églises au Canada
Giuseppe Ciancabilla, A coups de lime. A l’aube de l’anarchisme anti-organisationnel, individualiste, autonome, Anar’chronique éditions, 588 pages, janvier 2024
(15 euros – 10 euros pour les distros)
Quatrième de couverture
Qui était Giuseppe Ciancabilla ? Un journaliste qui ne dédaignait pas embrasser le fusil ? Un socialiste qui a adhéré à l’anarchisme ? L’admirateur de Malatesta qui peu de temps après est devenu son principal rival ? L’élégant rédacteur de journaux subversifs qui ne perdait pas une occasion pour défendre les têtes brûlées qui partaient à l’assaut de l’ordre établi, lui qui a défendu ardemment Luccheni, l’assassin de l’impératrice Sissi, Czolgosz qui tua le président américain McKinley, ou encore Gaetano Bresci, l’exécuteur du Roi d’Italie Umberto 1er, et dont Ciancabilla fut suspecté d’avoir été le mandant ?
Giuseppe Ciancabilla a été une météorite. De 1897 à 1904, il n’a fait que traverser des pays, des batailles, des passions, des idées. La force propulsive de son hérétisme n’était pas alimentée par un confusionnisme commode, mais par une soif inépuisable d’absolu, par une exigence de clarté, par une sincérité totale. Si son passage a été en mesure de modifier le panorama anarchiste, son nom a cependant continué à être méconnu, parfois exécré par ceux qui ne lui ont jamais pardonné d’avoir été le premier à donner une certaine épaisseur et respiration à une perspective anarchiste qui entendait se débarrasser des sirènes de l’Organisation, de la logique quantitative, de tout tacticisme et calcul politiques. Ciancabilla peut ainsi être considéré, en Italie, comme le premier véritable théoricien de ce courant qui, à l’intérieur du mouvement anarchiste, a été défini de plusieurs manières : anti-organisationnel, individualiste, autonome ou informel.
Révolutionnaire d’autrefois, quand les ennemis de toute autorité étaient mus par l’amour pour un idéal immense qui vivifie et enflamme, puisse Ciancabilla inspirer les révolutionnaires de ce début de nouveau millénaire, et la publication d’une ample sélection de ses articles contribuer à faire surgir une magnifique et surprenante nouvelle aurore.
Pour commander des exemplaires du livre ou de brochures, écrire à anarchronique[at]riseup.net
Les brochures suivantes sont également consultables sur le blog des éditions :
“Walking in the countryside near Lampa we found homemade traps for hares, with a metal stick buried underground holding a metal wire to catch wild species. We did not hesitate to dig them out and break them. There were 20 in total, they were rendered completely useless and taken away from the location.
We dedicate this small sabotage to Sebastian Oversluij Seguel, who was assassinated by the police a decade ago. He was an anarchist comrade who took part in many actions to further the animal liberation struggle, being part of the antispeciesist fight using direct action with everything he had available and pushing his politics forward.
Sabotage wherever you go, do not stay put! Total liberation, against all cages, against all authority.”
SPANISH (original)
Individualidades sabotean 20 trampas para liebres.
Recibido de forma anónima:
“Caminando por un sector rural cercano a Lampa, logramos identificar la instalación de trampas caseras destinadas a la caza de liebres, las cuales estaban enterradas en la tierra con un fierro que amarraba alambres para la captura de especies silvestres. No dudamos ni un segundo en desenterrarlas y romperlas. Eran 20 en total, quedaron inutilizables y fueron retiradas del sector.
Dejamos registro de este pequeño sabotaje en memoria de Sebastián Oversluij Seguel, a 10 años de su asesinato por un mercenario del capital. Compañero anárquico que realizó diversas acciones por la liberación animal, aportando a la lucha antiespecista de acción directa con lo que tenía a su alcance, sin delegar a nadie más que a sus propias convicciones.
Sabotea donde sea que vayas, no te quedes inmóvil.
Liberación total, contra toda jaula, contra toda autoridad.”
Cantine, jeux et concerts le 19 janvier en soutien à notre compagnon condamné pour avoir dégradé des caméras de vidéosurveillance !
Le mouvement social du printemps dernier contre la réforme des retraites a longtemps ressemblé à une grande messe bien cadrée par les syndicats autant dans les discours que dans la pratique. Jamais des manifestations avec autant de monde, des millions de personnes dans les rues, n’ont été aussi peu dynamiques, sans slogans, sans critique du salariat et plus globalement sans volonté de sortir des sentiers battus tracés par les organisations. Et entre les manifs plan-plan peu de choses à se mettre sous la dent, de blocages, d’occupation, de piquets …
Mais au fur et à mesure du temps plein de personnes ne se retrouvant plus dans cette logique mortifère se sont regroupées (pour notre plus grand plaisir) à l’avant des cortèges ou dans des manifs de nuit non déclarées, ont essayé de les faire dévier, ont fait des blocages de manière autonome, ont occupé des lieux sans demander l’autorisation de quiconque, en essayant de dépasser le triste mot d’ordre de la retraite à 60 ans pour critiquer le travail et l’exploitation (parce que la retraite on s’en fout, on veut pas de travail du tout !) … Le bruit du verre brisé a commencé à résonner, la douce odeur du plastique brûlé à se faire sentir, les bombes de grafs à recouvrir les vitrines de ceux qui nous oppriment au quotidien, les flics à se faire charger et les caméras qui nous épient à longueur de journée à se faire attaquer.
Et c’est justement ce qui a été reproché à un compagnon le 6 juin dernier, d’avoir tenté de brûler une caméra de vidéosurveillance en ayant le visage dissimulé, d’avoir tenté de résister à son interpellation pendant une charge, et d’avoir refusé le fichage automatique en garde-à-vue. Pour ces différents motifs il a été condamné à 10 mois de prison avec sursis, à 5 ans d’interdiction de manif, et à plusieurs milliers d’euros d’amendes. Il en a déjà payé une partie mais il lui en reste encore pas mal à donner aux flics, à la mairie, et en frais de justice.
MàJ de sa situation actuelle : il est également accusé d’avoir bousculé une avocate de keufs après son procès et été arrêté pour cela le 20 décembre dernier. Après un mois de prison préventive, il a été libéré le 18 janvier (pile pour assister à la soirée !!!), et comparaîtra libre à ce nouveau procès le 1er février.
Parce que la répression cherche à nous mater, à ce qu’on retourne dans le rang sans plus broncher en agitant la menace de la prison, et à nous asphyxier financièrement pour nous passer l’idée de revenir en manif, il est d’autant plus important de se montrer solidaire avec les compagnons qu’elle cherche à briser.
C’est pour cela que nous organisons une soirée de soutien le 19 Janvier au 1 impasse Lapujade à partir de 18 heures.
Au programme :
18 heures : ouverture des portes et jeux
19 heures : ouverture du bar
19 heures 30 : début du repas
21 heures : début des concerts
Un été au ski (post-truc, cévennes)
Allumes-toi (meta-hiphop, toulouse)
PSL (schranz h.tekno, toulouse)
1 heure : fin de la soirée.
Et tout au long de la soirée il y aura des jeux avec de nombreux lots à gagner, un infokiosque, un bar … et en plus tout sera à prix libre !
Face à la répression, et même bien après les mouvements, restons solidaires !
Nella notte di capodanno abbiamo attaccato due sedi ENI PLENITUDE di Roma, una sita in Viale Somalia ed una in Via Togliatti.
L’azione è stata compiuta piazzando tre ordigni incendiari (composti da petardi e bombolette gas) tra le vetrate e le serrande delle sedi.
Abbiamo colpito Eni per le sue responsabilità nello sfruttamento e inquinamento della Terra e nella militarizzazione dei territori, cosiddetti, in via di sviluppo.
Le guerre sono connaturate al capitalismo, grazie a queste il capitale si espande creando nuovi mercati e risorse da saccheggiare.
Eni ha interessi nelle ricerche di giacimenti al largo della striscia di Gaza ed è strettamente legata agli interessi geopolitici italiani.
Colpire il capitale nazionale per colpire la guerra del capitale.
Quest’azione è un contributo alla campagna SWITCH OFF!
Opération Scripta Scelera : des nouvelles du procès avec jugement immédiat. La prochaine audience aura lieu le 16 janvier.
Le 9 janvier, au tribunal de Massa, a eu lieu, comme prévu, l’audience d’ouverture du procès avec jugement immédiat contre Gaia, Gino, Luigi et Paolo, qui sont aux arrestations domiciliaires avec toutes les restrictions, suite à l’opération Scripta Scelera du 8 août contre le bimensuel anarchiste internationaliste Bezmotivny, qui a touché dix anarchistes, pour lesquels la Direction anti-mafia et anti-terrorisme du district de Gênes avait demandé la détention préventive.
Le procureur Manotti est arrivé après s’être fait attendre environs deux heures et l’audience a ainsi pu commencer. Une quarantaine de personnes solidaires a participé au rassemblement en solidarité avec les compagnons, qui sont arrivés au tribunal sous escorte policière.
Comme on l’avait écrit dans le texte précédent, à propos de la fixation du procès avec jugement immédiat, l’utilisation de cette procédure a été décidée suite à la requête du procureur, cautionnée par le juge d’instruction, de séparer partiellement les positions judiciaires des quatre compagnons, seulement en ce qui concerne les chefs d’inculpation de provocation aux crimes et délits et d’atteinte à l’honneur ou au prestige du président de la république. En ce qui concerne l’accusation en vertu de l’article 270 bis (association subversive avec finalité de terrorisme ou de renversement de l’ordre démocratique) le procureur a présenté un recours en Cassation contre l’ordonnance du tribunal des libertés de Gênes, qui, le 28 août, avait révoqué les mesures de contrôle judiciaire pour ce délit associatif, les laissant inchangées en qui concerne les autres accusations. L’audience en cassation a été récemment fixée pour le 21 février, à la Cour de cassation, à Rome.
Cette première audience du procès en jugement immédiat, ouverte au public, a été rapide. Il a été établi que le procès sera présidé par un juge unique (un choix insolite, qui pourrait être déclaré incompatible au principe de débat, puisque les délits avec la circonstance aggravante de la finalité de terrorisme prévoient habituellement une cour d’assises). Cet élément a été central au cours de l’audience et a rapidement porté à son renvoi. La juge a donc établi la prochaine audience après une semaine, mardi 16 janvier à 15 heures ; en cette occasion il n’y aura pas de débats, mais seulement la communication du nom du juge, qui pourrait être la même juge de la première audience ou un autre. Dans le cas qu’un autre juge soit nommé, il y aura un nouveau renvoi, vraisemblablement de quelques jours. Après ces passages techniques, ce juge unique pourra décider s’il est compétent en cette affaire ou s’il va transférer le procès contre les quatre compagnons à une cour d’assises.
Une deuxième question affrontée au cours de cette première audience a été la récente disposition qui veut que le transfert des compagnons au tribunal soit effectué sous escorte policière (ce qui n’avait pas été prévu au début). La juge a confirmé cette disposition, pour des raisons d’ordre public, du coup ils seront amenés de cette façon aussi lors de l’audience du 16 janvier.
Nous vous informons aussi du fait que, pour une compagnonne et un compagnon qui avaient l’interdiction de sortir de la commune de résidence et l’obligation de rester chez eux entre 19 heures et 7h, cette dernière obligation a été révoquée par une ordonnance du juge d’instruction du 22 décembre, tandis que l’interdiction de sortir de la commune a été confirmée.
Nous signalons, enfin, qu’en vue de l’audience du 9 janvier, quatre compagnons sous enquête, parmi ceux qui n’ont pas été soumis au jugement immédiat, ont écrit une déclaration visant à mettre en lumière la nature de cette procédure et de cet arrangement judiciaire : arriver au plus vite à une condamnation qui puisse servir d’ultérieur précédent judiciaire contre les publications anarchistes révolutionnaires, un avertissement pour ceux qui, en ces temps de guerre, osent soutenir une perspective internationaliste et révolutionnaire, contre tout État et toutes les guerres des patrons. En plus, il est évident que le choix de cette procédure seulement pour certains inculpés vise à empêcher l’expression de la solidarité entre les inculpés et surtout à mettre des entraves à la prise de parole de la part des compagnons au cours des audiences.
Pour ceux qui voudront être présents (la compagnonne et les compagnons qui passent à procès seront là eux aussi), la prochaine audience aura lieu mardi 16 janvier à 15 heures, au tribunal de Massa, place De Gasperi.
Le procès et les audiences liées à cette enquête, qui auront lieu dans les prochaines mois, ont des coûts, nous invitons donc à soutenir les compagnons en poursuivant les initiatives de soutien. Les coordonnées du compte pour le soutien financier sont :
IBAN : IT12R3608105138290233690253
Titulaire : Ilaria Ferrario
Dans la nuit du jour de l’an, nous avons attaqué deux agences d’Eni Plenitude* à Rome, l’une en Viale Somalia, l’autre en Via Togliatti.
Cette action a été réalisée en plaçant trois engins incendiaires (composés de pétards et de cartouches de camping-gaz) entre les vitrines et les rideaux métalliques des agences.
Nous avons frappé Eni à cause de ses responsabilités dans l’exploitation et la pollution de la Terre et dans la militarisation des régions ainsi-dits en développement.
Les guerres sont inhérentes au capitalisme, grâce à elles le capital se développe en créant des nouveaux marchés et des ressources à piller.
Eni participe à la recherche de gisements [de pétrole et surtout de gaz ; NdAtt.] au large de la bande de Gaza et elle est intiment liée aux intérêt géopolitiques italiens.
Frapper le capital national pour frapper la guerre du capital.
Cette action est une contribution à la campagne SWITCH OFF!
Solidarité avec Juan, Alfredo, Anna, Zac, Stecco, Paska, Poza, Rupert, Nasci, Stefano, avec Ilaria et Tobias, détenu.es en Hongrie.
Une salutation incendiaire aux personnes en cavale.
Mort à l’État et à ses entreprises.
Vive l’Anarchie.
*Note d’Attaque : filiale du géant de l’énergie Eni S.p.A. (dont l’État italien est l’actionner majoritaire), cette entreprise vend de l’électricité et du gaz et, par ses filiales, produit de l’énergie électrique à partir de sources « renouvelables ».
Les 26, 27 et 28 Janvier auront lieu à Toulouse des rencontres nationales contre les constructions de nouvelles prisons à venir et plus généralement contre toutes les prisons. Ce moment s’inscrit dans la continuité de plusieurs rencontres dont la dernière a eu lieu en Juin dans la région d’Avignon.
Ces rencontres nationales contre les constructions de nouvelles prisons à venir et plus généralement contre toutes les prisons s’inscrivent dans la continuité de rencontres dont la dernière a eu lieu en juin dans la région d’avignon.
L’idée c’est de se retrouver entre des personnes qui réfléchissent à la question de la prison et/ou qui se bougent contre des projets de construction de taules près de chez elles sur des bases anticarcérales, quelque soient les formes que la prison prend (prison, CRA, peines alternative, etc).
C’est un moment pour discuter et partager nos expériences pour essayer de lutter ensemble contre les 15000 nouvelles places que l’état commence à construire pour les prochaines années (dont une de 600 places à Muret à coté de Toulouse) et plus largement contre l’horreur que représente l’enfermement.
Car la taule est bien un rouage essentiel de ce monde pourri, qui permet à l’État de réprimer celleux qui n’obéissent pas servilement, et de faire peur à celleux qui auraient envie de faire de même.
On ne pense pas que la justice puisse résoudre ou réparer quoi que ce soit, car la logique de punition n’apprend qu’à se soumettre devant une autorité. D’ailleurs cette justice vient la plupart du temps défendre les intérêts de l’ordre dominant de l’État et du capitalisme, en punissant des pauvres qui s’attaquent à la propriété privée ou des récalcitrant.es qui se révoltent.
Sur ces bases anticarcérales, on a préparé un week-end avec des moments publics et d’autres moments entre collectifs anti-carcéraux. Check le programme en dessous !
Au niveau de la logistique, si le week-end t’intéresse mais que tu n’as pas d’endroit où dormir (on va essayer de s’arranger), ou que tu te poses des questions sur des points précis, tu peux nous contacter à l’adresse mail suivante : weekend_anticarceral_toulouse@autistici.org Sinon les cantines seront véganes et à prix libre.
On vous attends nombreuses, feu aux prisons construites ou à venir !
Mise à jour : Selon un article sorti début janvier (Spiegel, 9/1), le sabotage contre ce gazoduc a été plus important que les informations sorties initialement et traduites ci-dessous. Le pipeline en construction a ainsi été perforé à huit endroits différents (et non pas trois), répartis sur une distance de plus d’un kilomètre, causant des dégâts estimés à au moins 1,6 million d’euros. Ce nouveau gazoduc de 55 kilomètres est destiné à relier le nouveau terminal de gaz naturel liquéfié près de Brunsbüttel au réseau énergétique allemand. Selon les enquêteurs, les trous percés dans la conduite de gaz en acier étaient à peine visibles de l’extérieur, car le revêtement en plastique qui les recouvrait s’était à nouveau contracté après le perçage. Ils ont été découverts fin novembre lors d’un test de pression du pipeline et signalés à la police par l’exploitant Gasunie.
Brunsbüttel (région du Schleswig-Holstein) novembre/décembre 2023
Gazoduc de GNL percé : le parquet fédéral enquête sur un sabotage
L’office criminel de la région du Schleswig-Holstein enquête sur une possible tentative de sabotage du nouveau pipeline de gaz naturel liquéfié (GNL) entre Brunsbüttel et Hetlingen dans le nord de l’Allemagne. Des trous d’environ un centimètre de diamètre ont été découverts à au moins trois endroits le long du tracé d’environ 55 kilomètres.
Le parquet fédéral a « pris en charge l’enquête en raison du soupçon de sabotage anticonstitutionnel (§ 88 al. 1 du code pénal allemand) dans le cadre de l’endommagement présumé du gazoduc », a déclaré la procureure auprès du parquet de la Cour fédérale de justice à Karlsruhe. Selon un journal local, la société d’exploitation du tracé du gaz naturel liquéfié (GNL) dans le Schleswig-Holstein, Gasunie, s’était déjà adressée à la police judiciaire en novembre pour signaler des dommages sur la ligne.
L’exploitation de ce nouveau gazoduc, baptisé « ETL 180 », devait initialement débuter à la fin de l’année dernière –le terminal de GNL flottant étant déjà arrivé à Brunsbüttel en janvier– mais n’a pas encore démarré. Son tracé s’étend entre Brunsbüttel, dans le district de Dithmarschen, à l’embouchure du fleuve Elbe, et Hetlingen, dans le district de Pinneberg, au sud de Hambourg. La fonction du gazoduc est de transporter le gaz naturel liquéfié d’un terminal situé au large de Brunsbüttel vers un point d’injection dans le réseau de pipeline. La construction de plusieurs gazoducs de GNL a commencé en mars de l’année dernière.
Le gouvernement fédéral allemand mise de plus en plus sur le GNL – notamment pour remplacer les livraisons de gaz manquantes de la Russie suite à la guerre en Ukraine et à la crise énergétique qui en a résulté – et travaille au pas de charge à la construction de sa propre infrastructure. Les routes énergétiques importantes, comme le gazoduc du nord de l’Allemagne, qui doit acheminer le GNL d’un terminal de la mer du Nord vers l’intérieur du pays, sont considérées comme des infrastructures critiques. Les actions de sabotage sur de telles installations relèvent ainsi de la compétence du parquet fédéral.
(…) La construction de ces gazoducs de GNL ne fait pas l’unanimité. En août 2023, une cinquantaine d’activistes climatiques de l’alliance « Ende Gelände » avaient bloqué une partie du chantier à Wilhelmshaven et occupé des engins de construction. Différents groupes de protection de l’environnement, dont Greenpeace, voulaient empêcher la construction du terminal de gaz naturel liquéfié. Ils ont critiqué les projets du ministre fédéral de l’économie Robert Habeck (Verts), estimant que la classification « hydrogène-compatible » n’était que du « greenwashing ». Les associations environnementales BUND et Nabu ont également demandé de réduire les projets de terminaux GNL. Ceux-ci seraient surdimensionnés au regard de l’abandon des énergies fossiles.
les bonnes nouvelles n°1, novembre-décembre 2023, 2 pages (A3)
« C’est arrivé près de chez vous et peut-être cela était passé inaperçu. Une évasion, un sabotage, une émeute… un évènement réduit à une petite brève noyée sous le bavardage médiatique ou perdue dans le flot continu des informations, une revendication publiée sur quelques obscurs sites internet subversifs… Bien que souvent les raisons derrière ces actions ne soient pas explicitées, cela ne nous empêche pas de nous en réjouir quand même car il est bon de se rappeler qu’il est toujours possible de se donner les moyens d’agir contre ce qui nous opprime et nous enferme. Nous voulons que ça se sache, que ces infos existent dans la rue et dans les cuisines. Pour que ça fasse causer, pour que ça inspire, pour que ça conspire, passionnément ! »
A imprimer en A3 pour afficher, ou en recto-verso puis plier en 2 ou en 4, pour déposer où bon vous semblera.
La nuit du Nouvel An, nous avons attaqué deux agences de ENI Plenitude à Rome, l’une située Viale Somalia et l’autre Via Togliatti.
L’action a été accomplie en déposant trois engins incendiaires (composés de pétards et de cartouches de gaz) entre les vitrines et les rideaux métalliques des agences.
Nous avons frappé ENI pour ses responsabilités dans l’exploitation et la pollution de la planète, et dans la militarisation des territoires dits en voie de développement.
Les guerres sont consubstantielles au capitalisme, grâce auxquelles le capital s’étend en se créant de nouveaux marchés et des ressources à piller.
ENI participe aux prospections de nouveaux gisements dans la bande de Gaza et est strictement liée aux intérêts géopolitiques italiens.
Frapper le capital national pour frapper la guerre du capital.
Cette action est une contribution à la campagne SWITCH OFF!
Solidarité avec Juan, Alfredo, Anna, Zac, Stecco, Paska, Poza, Rupert, Nasci, Stefano, avec Ilaria et Tobias, incarcéré.e.s en Hongrie.
Une salutation incendiaire aux personnes en cavale.
[ZAD NDDL] Vers 10h ce matin une flopée de gendarmes sont passés relever les identités à Oushnok, en se baladant, selon le général présent. Un colonel et la commandante nord Nantes faisaient partie de la balade avec quelques officiers…
L’hélico tournait dans le ciel de la zad hier soir et ce matin, mais surtout en début de semaine en faisant plusieurs tours au dessus de pratiquement chaque lieu de la zone.
Cela est probablement en lien avec les articles paru il y a 3 semaines suite aux plaintes annuelles des maires de NDDL et Vigneux de Bretagne auprès de l’État…
Dans le doute après ces repérages, nous vous invitons à nous rejoindre sur place dans les cabanes de l’Est et bientôt de nouveau à la Grée dès que sa ré-ouverture aura été actée… (RDV le 16 janvier à 13h au Gourbi pour une Mega Bouffe/assemblée à ce sujet)
Black Out. Controversy about meaning and efficiency of sabotage
Between February and March 2020, all over the world, heads of state made solemn and grave announcements in order to prepare
their populations for what appeared to be a new era : one of war against the virus. Within a couple months, the sabotage of telecomcommunication infrastructures had almost become a daily event in France, as well as in other European countries. Simultaneously, a debate sprang up within anarchist and radical ecological publications, in particular about the meaning and efficiency of these acts.
How could we undermine technological control ? Could we provoke a tipping point within this situation? What scenarios did these sabotages open up ? How could we consider efficiency, organization and ethics altogether?
Nowadays, the situation has evolved, but the problems brought up by the following texts remain unresolved, maybe even more
so now, and without obvious answers : what are the links between direct action and social or ecological movements? What strategies emerge when we separate or combine anarchist, ecologist and techno-critical perspectives?
How do these strategies integrate a now-decisive element :
the war in Europe, which will guide and harden the grip of states on
their populations.
Coutances. Un fourgon de police incendié devant le commissariat
La Manche Libre, 13 janvier 2014
Mercredi 10 janvier en début de soirée, c’est un passant qui a alerté le chef de poste du commissariat de Coutances : l’un des véhicules, un fourgon cellulaire utilisé pour les interventions, notamment le transport de prisonniers, était alors en proie aux flammes.
« Il était légèrement en contrebas, hors de la vision des agents. En sortant, ils ont constaté un début d’incendie à l’arrière, indique le commandant Maurice Bonnefond. Nous sommes intervenus avec un extincteur pour éteindre les dégâts, avant un appui des secours. »
Une fois l’incendie éteint, les policiers ont constaté de gros dommages sur le véhicule. « Il sera hors service pendant plusieurs mois », déplore le commandant. Une enquête est en cours pour déterminer l’auteur de l’incendie.
La police visée par deux attaques au molotov à Watermael-Boitsfort
Sud info/DH, 13 janvier 2014
Deux incidents se sont déroulés dans la nuit de vendredi à samedi. Les deux événements se sont déroulés à quelques heures d’intervalles.
Un peu avant minuit, une voiture de police stationnée rue des Nymphes à Watermael-Boitsfort, près de la piscine Calypso, a été la cible d’un jet de molotov. C’est finalement une voiture stationnée juste à côté qui a pris feu. Les agents sont rapidement revenus sur place et un “pétard” a alors explosé. Les deux policiers se plaignent d’acouphènes. Une arrestation a été opérée dans la foulée après une poursuite [avant de remettre le suspect en liberté, en raison d’un manque d’indices].
Deux heures plus tard, vers 1h45, c’est le commissariat Tritomas, situé à 500 mètres du premier incident qui est pris pour cible. Un molotov a été lancé sur un véhicule stationné devant le bâtiment. Une bombe incendiaire, assemblage d’un pétard modèle Cobras 6 et d’une bombe de déodorant a aussi été lancée ensuite. « L’explosif a rebondi sur la vitre et a fini sur une voiture de police. la façade et la voiture sont endommagées », explique le porte-parole de la zone de police Marlow.
Annoncé par des quolibets à l’adresse du procureur Manotti et de la triste cohorte des censeurs, à l’occasion du début du procès contre Gaia, Gino, Luigi et Paolo, en esquivant, comme dans un conte de Noël, les tueurs à gages de Hérode, Bezmotivny est de retour.
Ce numéro spécial est avant tout une réponse à la répression qui voudrait réduire au silence nos publications, il est le fruit des efforts collectifs de plusieurs anarchistes d’endroits différents. Parce que persévérer dans la propagande anarchiste signifie avant tout ne pas faire de pas en arrière face à ceux qui voudraient nous faire taire, conscients que le terrain que nous abandonnons aujourd’hui ne sera pas facile à récupérer demain.
Cependant, la volonté de publier un nouveau numéro de Bezmotivny ne peut pas être réduite à une simple réaction face aux initiatives répressives mises en œuvre par l’ennemi de classe ; elle naît plutôt du sentiment d’actualité et de continuité avec l’histoire et les idées qui ont caractérisé ce bimensuel anarchiste internationaliste. Les vents de guerre qui soufflent dans des régions du monde de plus en plus nombreuses semblent susurrer que le capitalisme est une nouvelle fois en train d’entraîner l’humanité dans un carnage mondial. Ils nous veulent en rangs, casque sur la tête, en train de crier « Aux ordres !».
Les voix dissidentes doivent être réduites au silence, le journaux anarchistes doivent être fermés, les prisonniers qui continuent à contribuer au mouvement révolutionnaire doivent être enterrés dans le régime 41-bis. La répression n’est rien d’autre que cela : le front interne de la guerre.
Défaitistes comme toujours, nous sentons que le parcours de Bezmotivny est plus que jamais actuel : internationalisme, action directe, solidarité.
[Vous trouverez le sommaire dans l’article originel ; NdAtt.]
Pour ordonner des numéros : permillemotivi@insiberia.net
Un numéro : 2 euros. Pour la distribution, à partir de dix copies, le prix est à 50%. Frais postales exclues. Gratuit pour les détenus.
La distorsion constante de la réalité, partout, par les autorités et leurs mouchards.
Le 22 octobre 2021, Nikos Sambanis, un Rom de 18 ans, a été abattu de 36 balles par les ordures en uniforme de l’unité DIAS [des flics à moto ; note de Dark Nights], dans le secteur de Pérama. Cela a été précédé par les tortures infligées à Vassili Maggos, qui ont entraîné sa mort, et suivi par un viol dans le poste de police de Place Omónia [dans le centre d’Athènes ; NdAtt.], tandis que le 22 juin 2022, Michalis, 16 ans, a été traîné et ensuite abandonné par un véhicule de police, dans le quartier d’Ambelókipi, à Thessalonique, ce qui a fait qu’il a rendu son dernier souffle à l’hôpital.
Un peu plus d’un an après le meurtre de Sambanis, le 5 juin 2022, Kostas Fragoulis, un Rom de 16 ans, a été tué d’une balle dans la tête, à Diavatá, dans la région de Thessalonique, par un flic de l’unité DIAS, car il avait commis le crime de s’enfuir pour ne pas payer 20 euros d’essence.
Le 11 novembre 2023, peu avant minuit, après une chasse à l’homme, les flics ont encore tué un mineur rom, Christos Michalopoulos. Deux mois et demi avant, Kostas Manioudakis avait rendu son dernier souffle à cause d’un tabassage par des flics du poste de Souda [dans l’île de Crète ; NdAtt.], suite à un contrôle fortuit. Un mois après le meurtre de Michalopoulos, à Xánthi [ville de Thrace, dans le nord-est de la Grèce ; NdAtt.], un flic passe à tabac et puis abandonne Ayse, 19 ans, en la tuant.
A ces évènements, nous pourrions ajouter d’innombrables tabassages, tortures, meurtres, tous commis par la police et passés sous silence par la justice et les médias.
Dans les peu de cas où la violence policière n’a pas pu être cachée, les porte-parole de l’appareil étatique s’empressent de présenter l’évidence comme un incident isolé, en disant qu’il s’est agit d’une mauvaise conjoncture ou que les flics étaient en état de légitime défense ou que la justice en décidera, un jour.
Il vaut la peine de mentionner le fait qu’ils essayent de jeter des tonnes de boue sur la personne assassinée. Qu’il s’agisse de son casier judiciaire, du groupe sociale auquel elle appartient ou de ses convictions politiques, cela est mis en avant encore et encore, en laissant entendre, quand ils ne le disent pas ouvertement, que c’est une bonne chose que le flic ait pressé la détente. La présentation du flic assassin est diamétralement opposée. Un père de famille avec des enfants, qui travaille dur pour la sécurité des citoyens, impliqué dans la société, particulièrement aimé par le reste de sa bande (la « Police grecque »).
Le récit médiatique change quand la révolte sociale explose et prend pour cible les auteurs de si nombreux meurtres. Soudain, la valeur de la vie humaine devient le bien suprême et les meurtriers en uniforme, justement visés, deviennent des héros blessés dans l’exercice de leurs fonctions, injustement pris pour cible. Ceux/celles qui vivent sur leur peau la violence étatique et capitaliste et parfois y répondent de manière combative sont décrit.es comme des criminel.les brutaux.ales aux intentions meurtrières.
Pour les défenseurs de la police : vous et ceux qui se contentent des contes de fées que vous vendez n’êtes que des petits êtres ridicules sans une once de dignité et de moralité.
Pour le dire clairement et en peu de mots : il n’y a pas de doutes, la police grecque fonctionne comme une bande armée de potentiels assassins, en toute impunité.
Dans ce contexte, nous avons choisi de mener une attaque, avec des cocktails Molotov, contre un car du MAT [la police anti-émeute ; note de Dark Nights], le 7 décembre 2023, sur la rue Agiou Dimitriou, au niveau de la faculté d’agriculture de Thessalonique.
Pour les ordures en uniforme : nous apparaîtrons devant vous à l’improviste, pour Michalis, Alexis, Sambanis, Vassilis, Kostas, Christos, pour ceux/celles que vous avez assassiné.e, tabassé.e, terrorisé.e, violé.e. Vous nous trouverez prés de vous par surprise, nous utiliserons les moyens les plus simples et rien d’autre que notre détermination et notre conviction dans le bien-fondé de la lutte. Nous nous reverrons dans vos cauchemars.
Cette action est la raison pour laquelle le convoi de la police a été déplacé, après un an et demi passé devant le campus de l’Université Aristote. Au delà du résultat évidemment positif de l’action, et de l’incapacité des flics à réagir, nous ne voudrions pas que cet événement particulier soit interprété à tort comme la victoire d’un petit groupe de gens contre l’appareil de l’État.
Dans le passé, le mouvement étudiant a réussi à empêcher que le contrôle des bâtiments des universités soit complètement aux mains de la police (loi KX4777). Ce que l’État a réussi à faire récemment est d’établir une force statique dans un endroit, à l’intérieur du campus, quelque chose qui d’un coté a une importance symbolique énorme, mais qui d’autre part présente une évidente faiblesse opérationnelle. Au final, dans ce cycle de reforme de l’université, il n’y a pas eu de vainqueur ou de perdent. La défaite politique partielle de l’État, due à la non mise en place d’une police de l’université, a été confirmée par la défaite opérationnelle et l’expulsion du peloton de policiers hors du campus. Bien entendu, rien n’est définitif, la justice se décidera dans les rues.
Dans le contexte actuel, le recul des mouvements sociaux de ces dernières années, la propagande médiatique quotidienne à propos de la criminalité, ainsi que la fausse reprise du capitalisme grec ont donné à l’État la satisfaction de légiférer pour supprimer toute possible réaction qui défierait sa souveraineté, dans le présent ou à l’avenir. La tentative de criminaliser et d’isoler les mouvements de la base de la société est une stratégie qui a été déployée depuis des années et qui a été testée par le passé dans le reste du monde occidental.
Du coup, le cadre des condamnations pénales a été resserré, avec des modifications de plus en plus étouffantes du code pénal, et les conditions d’enfermement sont durcies elles aussi, avec la reforme anachronique des lois qui régissent les régimes de détention. Ces projets de loi incluent, entre autres, des restrictions des permissions, en durcissant les conditions pour les obtenir, l’exclusion de la possibilité de la liberté conditionnelle pour les peines de plus de deux ans, le fait de sanctionner de la même manière les tentatives d’infractions et les infractions qui ont eu lieu, la réintroduction des prison de type C [des prisons de haute sécurité ; NdAtt.] et l’interdiction de purger une partie de la peine dans des prisons rurales, pour certains typologies de prisonnier.es. Nous sommes solidaires et n’oublions pas les gens qui sont derrière les barreaux des prisons et les prisonnier.es politiques qui sont en train de payer le prix de l’affrontement avec l’État et le capital.
En même temps, les conditions capitalistes au niveau local comportent l’attaque contre les acquis sociaux, avec la vente aux enchères des premières maisons [saisies pour dettes impayées ; NdAtt.] et l’augmentation du coup de la vie, avec la privatisation des secteurs de l’éducation, de la santé et de l’énergie. L’exploitation de plus en plus intensive et la destruction de l’environnement naturel comptent aussi des vastes zones brûlées et inondées qui ont été remplies d’éoliennes et de panneaux solaires, pour les besoins de l’industrie, ainsi que l’extraction de terres rares, de minéraux et d’or, avec des effets dévastateurs sur les écosystèmes. Les masses de migrant.es pauvres, quand ils/elles ne se noient pas dans l’Égée, sont emprisonnées pendant des périodes indéfinies et puis rapatriées, avec les plus chanceux.ses qui travaillent dans des conditions d’esclavage pour les patrons d’ici, pendant que les rivalités internationales et les guerres en Ukraine et à Gaza intensifient le militarisme et le nationalisme ici. Le durcissement des politiques répressives de l’État grec à l’intérieur peut aussi être vu comme une partie de sa préparation en vue de participer à l’une des guerres qui nous sont servies comme un spectacle par les médias.
La guerre que l’État a déclaré au mouvement est indirectement une guerre contre toute la base de la société, contre quiconque, à l’avenir, pourrait défier les diktats capitalistes. Il en va de notre survie politique de dresser des barricades contre cette attaque tous azimut. Dans les domaines où le mécontentement social prend forme, notre intervention et notre participation, avec des caractéristiques anti-autoritaires multiformes, sont plus importantes que jamais. De même à l’intérieur du mouvement, avec la construction de structures et de relations de camaraderie, face à la micro-politique et au reflux dans le privé. Notre tâche est de bloquer les politiques de mort et de demander des comptes à ceux qui les produisent ; notre tâche est de comprendre cette époque, les questions qu’elle pose et les luttes qu’y surgissent et d’y faire participer notre mouvement. Nous avons tout un monde d’exploitation et de pouvoir à détruire et tout un monde d’égalité, de liberté et de solidarité à créer.
La sacristie de l’église du Lamentin complètement détruite par un incendie
Martinique1ere/RCI, 13 janvier 2014
Dans la nuit de jeudi à vendredi (12 janvier), la sacristie de l’église du Lamentin a été ravagée par les flammes. L’incendie a provoqué l’émoi et la colère dans le bourg de la commune.
« Toute la sacristie a brûlé. Tout le réseau électrique a brûlé. Les menuiseries sont en fumée. L’espace est complètement perdu. Il y a aussi tout le mobilier et le matériel liturgique qui a brûlé. Les registres qui datent de plusieurs dizaines d’années ont péri. Je suis en colère contre cette situation. Les premiers éléments d’enquête que nous avons, les images caméra, nous montrent bien qu’il s’agit d’un incendie criminel. » réagit David Zobda, maire du Lamentin.
Les agents de la mairie ont reçu l’appui de paroissiens qui sont venus porter assistance à leur lieu de culte. C’est le cas de Marie-Louise : « C’est le choc de voir, surtout mon Dieu, que c’est le Seigneur qu’on attaque. Comment peut on s’attaquer à Dieu ? À une église ? Il a fallu débarrasser les armoires, les ouvrir. On a récupéré tout le linge de la sacristie : les chasubles, les étoles, les aubes, tout ce qu’on peut. Alors certains, bien sûr, sont brûlés par rapport à la chaleur ou mouillés aussi par rapport à l’eau. Les pompiers ont dit voilà, l’eau a pénétré dans les armoires ».
Selon la municipalité, les dégâts sont évalués à au moins 200 000 euros.
Le domicile du maire du Guilvinec dégradé à coups de marteau
Le Télégramme/Ouest France, 13 janvier 2014
Mauvaise surprise, mardi, pour le maire du Guilvinec (29), Jean-Luc Tanneau, et son épouse, à leur retour au domicile pour la pause déjeuner. « Une ou des personnes ont donné des coups de marteaux dans la baie vitrée, sans qu’il n’y ait personne dans la maison », explique-t-il. Des dégradations « certainement liées à ma fonction de maire », affirme l’élu.
Une plainte a été déposée, mais celui-ci n’a guère d’espoir qu’elle aboutisse. Néanmoins le maire a reçu le soutien de plusieurs autres élus dont Stéphane Le Doaré, maire de Pont-l’Abbé et président de la Communauté de communes du Pays bigouden sud : « C’est complément inacceptable, scandaleux, il faut savoir respecter les élus, qui doivent parfois prendre des décisions difficiles pour l’intérêt général dans un état démocratique. Attention aux dérives dans les extrêmes. »